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“Vorrei salvare quelli che sono all’origine della mia sofferenza”

giovedì, Febbraio 18, 2021
“Vorrei salvare quelli che sono all’origine della mia sofferenza”

“Vorrei salvare quelli che sono all’origine della mia sofferenza”: sono queste le parole con cui Latifa Ibn Ziaten spiega le ragioni che la portano a fare qualcosa che non tutti si aspetterebbero, visto che la sofferenza in questione è la perdita di un figlio, morto perchè ucciso. I fatti sono presto detti: è l’11 marzo 2012, a Toulouse, in Francia, quando il secondo figlio di Latifa, Imad, viene raggiunto da un colpo di pistola alla testa esploso dal terrorista Mohammed Merah, che in quell’occasione colpì a morte la prima di otto persone. Un mese e mezzo dopo Latifa mostra già al mondo la sua reazione e il 24 aprile fonda l’associazione IMAD per i giovani e la pace, per poi andare proprio là dove chi ha ucciso suo figlio è cresciuto: “incontra – così si legge sul sito dell’associazione – un giovane che si sente abbandonato e misura l’entità delle difficoltà che i giovani incontrano, in particolare in queste città “ghetto” dove sono lasciati all’oscuro, senza mescolanze sociali, senza speranza di integrazione o successo nella società”. La sua storia è alla base del premio Zayed 2021 per la Fratellanza Umana che le è stato conferito qualche settimana fa in Vaticano, con tanto di messaggio di Papa Francesco diretto proprio a lei. Anche quando parla dell’uccisore di suo figlio, Latifa affronta il tema del contesto in cui è avvenuto quel fatto: “Noto – sottolinea in un’intervista rilasciata alla giornalista franco – algerina Hassina Mechai per il giornale online Middle East Eye il 3 novembre 2017 – che la famiglia Merah era una famiglia esplosa, tra un padre delinquente e una madre che ha abbandonato o messo i suoi figli in una casa. I bambini Merah erano completamente persi, tra delinquenza, prigione, droga e alcol. Souad, la sorella maggiore, si è radicalizzata, così come Abdelkader. L’avvocato difensore parla della sofferenza della madre, ma tu dovevi prenderti cura dei tuoi figli, non abbandonarli. Penso che non debba essere facile oramai per lei vedere tutto questo”.  Quando poi la Mechai le fa notare che sia il suo percorso che quello di Merah sono legati all’immigrazione, lei risponde: “Tutto dipende dall’istruzione ricevuta. Mia madre è morta quando avevo 9 anni. Poi sono stata allevata da mia nonna, che mi ha anche dato una solida base. Sono arrivata in Francia quando avevo solo 17 anni, ma ero così equilibrata e matura che mi comportavo come una donna di 30 anni. A volte avevo paura, ma mia nonna mi diceva sempre: «Non aver paura, guarda davanti a te, guarda le persone che sorridono». Ho guardato le persone con una faccia aperta, sono venute da me e mi hanno aiutato. Ho imparato a leggere, scrivere, ho lavorato, ho incontrato francesi benevoli. Volevo anche adattarmi. Venire in Francia non è abbastanza, devi parlare la lingua. Volevo imparare a parlare francese prima di mettere su famiglia. Sapevo che avrei dovuto padroneggiare la lingua per aiutare i miei figli ad avere successo in questo Paese”.

Per questo oggi con la sua associazione questa madre di religione islamica, si sta impegnando nella lotta contro il fondamentalismo attraverso il tentativo di evitare che altri giovani si trovino nelle stesse condizioni in cui ha vissuto quello che ha assassinato Imad. Per questo in tutta la Francia questa che è ormai una realtà diffusa promuove incontri in cui spiega ai giovani le ragioni per cui combattere l’estremismo jihadista, che li avvicina attraverso la violenza e il traffico di droga, ma anche comprendere che la laicità vera non è una negazione della religione, ma un principio che protegge la libertà, compresa quelle religiosa. Oltre a questo, l’associazione IMAD coltiva un costante dialogo con le famiglie, all’interno delle quali si impara a distinguere giusto e sbagliato, ma si possono coltivare anche l’apertura verso il mondo e la visione della diversità degli altri come una ricchezza. In questo contesto le tre parole che fanno da motto dell Repubblica Francese, cioè libertà, uguaglianza e fratellanza, acquisiscono una luce particolare: “La libertà – si legge ancora sul sito ufficiale –  si acquisisce prendendo in mano il proprio destino, essendo determinati a fiorire e ostinatamente nel realizzarlo”, mentre l’uguaglianza dev’essere efficace nel Paese in cui si vive, dove forse non si è nati, ma ci si si è integrati e la fratellanza significa prendersi cura dell’altro. tenendo conto che nei vari contesti, come scuola, lavoro e famiglia, le relazioni umane sono fondamentali e vanno coltivate.

L’esempio di Latifa dunque non è di quelli che poteva passare inosservato agli occhi di papa Francesco che, proprio in occasione della consegna del premio, avvenuto durante un evento online, l’ha definita capace di trasformare, nelle periferie e nelle carceri francesi, il dolore per la morte violenta del figlio nell’esperienza di essere una “seconda madre” per tanti giovani, prevenendo radicalismi ed ha sottolineato diretto proprio a Latifa: “Le tue ultime parole non sono dette per sentito dire o per convenzione: siamo tutti fratelli. Sono una convinzione plasmata nel dolore, nelle tue ferite. Hai dedicato la tua vita al sorriso, hai dedicato la tua vita alla mancanza di risentimento e, attraverso il dolore di perdere un figlio – solamente una madre sa cosa vuol dire perdere un figlio – attraverso questo dolore, sei riuscita a dire “siamo tutti fratelli”, e a seminare parole di amore”.

Massimiliano Spiriticchio

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