Redazione

Una mamma, una figlia e quei venti giorni per dire no all’aborto

giovedì, Maggio 18, 2017
Una mamma, una figlia e quei venti giorni per dire no all’aborto

Venti giorni: tanti ne vengono dati a quelle donne che decidono di andare a chiedere un interruzione volontaria di gravidanza (termine, questo, con cui la legge chiama l’aborto) per decidere se confermare o meno la loro decisione. Venti giorni in cui una donna si trova di fronte ad un dubbio: che fare? Michela Napolitano è una delle donne che quella situazione non l’hanno sentita o vista in altri, ma l’hanno vissuta in prima persona. Oggi lo racconta, la voce rotta dall’emozione che rende ancora più evidente la forza della sua storia d’amore. “I particolari sono importanti in questa storia” dice raccontando quanto accaduto diciotto anni fa in uno di tanti incontri di testimonianze ai quali oggi partecipa in tutta Italia. “Fino ad allora – racconta mamma Michela – ero una mamma semplice. Poi sono diventata un po’ particolare. Sono diventata volontaria perchè sono stati i volontari a salvare me. Diciotto anni fa accade qualcosa nella mia vita che mi spinse davvero di fronte ad un muro: rimasi in cinta del quarto figlio. E questo accadde in pochissimo tempo, in quattro anni. Quindi ero ancora molto debole. Non avrei mai agito da sola”. Michela confessa che allora si sentì come una ragazza di 15 anni, conosciuta anni prima e alle prese con la stessa esperienza. Ma la differenza era che lei sapeva cosa si portava dentro. “Era una solitudine che per, quanto possano vedere gli altri, non si vede. Ma in quei venti giorni, Michela ha riflettuto: “È l’unica cosa per cui devo ringraziare la legge 194, perchè ci dà tempo per riflettere”. Una notte, dopo essere andata al mare, si accorse di essere incinta e urlò disperata, riconoscendo i sintomi: “Mio marito – racconta Michela – si svegliò e gli dissi che ero incinta. Lui mi disse di non preoccuparmi, che si sarebbe trovata una soluzione. Fu in quel momento che cominciò il mio tormento”. La “soluzione” sarebbe stata una sola: l’aborto. Il mondo di Michela si era fermato, e dalla vacanza in atto due giorni dopo si tornò a casa. Il suo racconto si snoda poi lungo il passaggio dal ginecologo, sulla cui scrivania c’erano le foto dei suoi quattro figli. Convinta che sarebbe stato un suo alleato, Michela, che aveva capito che quel bambino era suo figlio, andò da lui, ma il medico le spiegò che non era possibile tenere il bambino perchè davvero non avrebbe potuto farcela a causa della sua carenza di ferro. “Ero sempre l’ultima della fila tra le otto donne che andavano alle visite relative all’aborto. Una delle ragazze mi disse: “Dai! Perchè piangi ancora? Io lo so cosa significa, come si fa. Dopo ti passa!” Era una ragazza molto strana, era un suo modo di fare e lo stava dicendo perchè non sopportava il primo”. Michela si ferma ripensando a quella giovane. Racconta di un sogno che ha e dice che è un po’ come una nomade, che gira l’Italia anche da sola per parlare con le persone, anche solo cinque minuti, perchè la coscienza umana si risveglia. “Ho conosciuto davvero tante madri, che piangono ancora dopo tanti e tanti anni. Vorrei che le donne che non hanno avuto la mia fortuna trovassero la forza e il coraggio di raccontare il loro dolore perchè il loro dolore serve alle altre, perchè non capiti più alle altre. Sono disposta di notte, di giorno ad ascoltarle”. Poi, mamma Michela torna al suo racconto e alla notte che precedette il giorno fissato per l’interruzione di gravidanza in ospedale. Parla del singhiozzare del marito che proveniva dal suo studio, ma si ferma anche su un altro dettaglio: “Andai a prendere dal settimino la camicia da notte più importante, che mi aveva regalato mia madre. Ho preso quella camicia da notte perchè ero convinta che non l’avrei usata mai più, perchè quello, in qualche modo sarebbe stato l’ultimo viaggio della mia vita, perchè, dopo quel giorno, ci sarebbe stato un poi. Quando presi la camicia da notte più bella, mi cadde uno scatolino. Dentro c’erano le ciocche di capelli del mio primo figlio. Avevo conservato le ciocche di quei capelli. Quando mi caddero, mi dissi: “Di questo mio povero bambino non potrò conservare nulla”. E poi pensai: “Che cosa potrò raccontare ai miei figli un domani, semmai ritornerò viva a casa, io che ho detto sempre che non si strappano i fiori da terra? Come farò a ripetere ai miei figli quello che sto facendo oggi? Come potrò raccontare loro la verità? Non sarò più la donna che sa raccontare la verità. Quella è stata la notte più brutta della mia vita”.

La scena successiva si svolge in ospedale, la mattina dopo. Al suo arrivo, sulla porta della sala operatoria, per la prima volta, quel marito da cui Michela si era sentita tradita perchè non aveva condiviso il suo progetto, tenendole la mano mentre lei era sul lettino portata via dagli infermieri, le disse: “Fino all’ultimo puoi decidere di fare quel che vuoi”. Entrata dentro, Michela venne raggiunta dai commenti degli infermieri: “Quanti figli hai? E quanti ne vuoi!”. Alla fine arrivò una persona diversa, una voce diversa, che in modo caritatevole spiegò a Michela che non l’avevano ancora addormentata: “Questo medico mi chiese perchè piangevo. Gli dissi che stavo par fare la cosa più brutta del mondo e mi meravigliai della domanda. Dopo un lungo lungo silenzio, mi chiese: “Ma perchè, signora, lei non è convinta?”. Gli dissi di no, che non ero mai stata convinta. E lui, dopo un altro lungo lungo silenzio, mi disse: “Signora, io le posso solo dire che, se ci fossero più persone come lei, il mondo sarebbe diverso!” Da lì è ricominciata la mia vita e il mio fiore, la mia alba, si chiama Elvira!”

D’improvviso, davanti agli occhi dei presenti, compare lei, che non sarebbe dovuta nascere, lei, di cui la madre dice che l’ha salvata, lei, Elvira! Ha seguito il racconto di mamma Michela piangendo: “La mamma è la parola più bella che mi ha dato la vita – esordisce questa giovane donna dai capelli lunghi e con l’energia di una diciassettenne del Sud amante della Vita, citando un post letto sul web: “Dio ha voluto che mi assomigliassi molto a mia madre, anche come carattere. Sono molto orgogliosa di somigliare a lei e credo che la parola mamma sia la più bella. Grazie, mamma, per tutto quello che mi hai regalato. Lei dice che sono stata io a salvarla, quando non è così perchè è stata lei che mi ha salvato. Lei, dandomi una parte del suo carattere e di se stessa, mi salva ogni giorno”.

Massimiliano Spiriticchio

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