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Una diciottenne di oggi e il messaggio dei ragazzi del ’99

mercoledì, Novembre 8, 2017
Una diciottenne di oggi e il messaggio dei ragazzi del ’99

Il 99 non è soltanto un numero. È un simbolo di quelli molto forti: 99 infatti sono gli anni passati da quando, nel 1918, quei ragazzi, nati appunto nel 1899, poterono finalmente, insieme ai loro connazionali e a tanti altri, coetanei e non, italiani e non, celebrare la fine di un incubo che aveva segnato le loro vite e quelle di una popolazione mondiale sprofondata nel baratro di un’inutile strage, chiamata con un nome che da solo bastava a far capire quanto fosse immane la tragedia: Guerra Mondiale. Eppure proprio quella generazione seppe affrontare la situazione, senza cedere al pessimismo, ma cercando al contrario di difendere la patria avendo come principali obiettivi la pace e la libertà. Ma cosa c’è di attuale nella storia di quei giovani? Ce lo illustrano altri ragazzi, stavolta di oggi: quelli del Ipssar “De Cecco” di Pescara. Una di loro, Vittoria Giammarino, diciottenne, è intervenuta alla cerimonia che, nella città adriatica abruzzese, ha visto i rappresentanti delle Forze Armate, quelli delle Forze dell’Ordine e tanti cittadini unirsi ai rappresentanti delle Istituzioni nel celebrare la Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, lo scorso 4 novembre. Ascoltatela mentre tiene il suo discorso, perchè va al cuore del messaggio che da quei fatti storici arriva a noi oggi. Ascoltatela anche nell’intervista che al sottoscritto e alla direttrice di Vortici.it Annapaola Di Ienno, ha voluto rilasciare al termine della cerimonia. Non sentirete retorica, ma una gratitudine concreta. E non solo.

Ma che cosa fa di quei ragazzi del ‘99 una generazione che ancora oggi viene ricordata? Per rispondere proviamo a cogliere una delle sfide che Vittoria e i suoi compagni sembrano aver affrontato. Proviamo ad immaginarci di essere tra loro. Siamo lontani da casa nostra, magari perchè meridionali che si trovano a dover combattere nel Nord Italia. Molti nostri compagni ed amici sono morti, altri feriti. Siamo stati chiamati al fronte dopo anni di conflitto, ma l’esercito nemico appare inarrestabile, tanto che il nostro si è dovuto ritirare fino al Piave, non riuscendo ad attaccare. Se si perde anche lì, gli austriaci molto probabilmente avranno la possibilità di piegare definitivamente a loro favore l’esito del conflitto. Gli elementi per cedere insomma ci sono tutti. Ma la voglia di farlo no. Perchè? Perchè si è consapevoli che così la strage sarebbe durissima in tutto il Paese e che non ci sarebbe possibilità di risollevarsi dalla fame e dalla miseria che, in Italia la Guerra aveva ulteriormente acuito. Così si resiste e si vince la battaglia, fermando gli austriaci. Dopo quell’episodio, però, si torna alla  guerra di trincea: un conflitto logorante, in cui si combatte e si muore ogni giorno per pochi metri. È un logorio soprattutto psicologico che lascia letteralmente impazzire molti soldati in tutto il mondo entrato in conflitto. Per di più molti di noi neppure conoscono le ragioni per cui la guerra va avanti ormai da tre anni, visto che a scuola ci vanno ancora in pochi e i giornali li sa leggere solo qualcuno. Eppure si resiste al fronte e la situazione sfocia in una nuova battaglia. Siamo sempre sul Piave ed anche stavolta gli austriaci attaccano. Ma gli italiani prima resistono e poi li fanno arretrare. I morti sono moltissimi: quasi 150.000 tra gli austriaci e circa 90.000 tra gli italiani. È comunque il segnale che gli eventi sono ora favorevoli all’Italia. La sensazione che tutti hanno è che davvero tra poco tutto potrebbe finire con la pace: infatti, dopo appena quattro mesi è l’esercito italiano a sferrare l’offensiva, con i ragazzi del ’99 protagonisti ancora nella battaglia di Vittorio Veneto, cominciata il 24 ottobre. È una veloce avanzata: il 3 novembre 1918, quando viene firmato l’armistizio, sono già passati diversi giorni da quando gli austriaci hanno chiesto la resa. La guerra finisce del tutto il 4 novembre, quando l’armistizio entra in vigore, e finalmente tutti possono tornare a casa con i ricordi tristi del conflitto, ma anche con la speranza che quei legami tra settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, nel comune intento di far risollevare l’Italia da miseria, povertà e macerie, possano davvero essere un patrimonio su cui investire.

Le cose purtroppo non andarono nel migliore dei modi, come sappiamo. Ma in fondo, se oggi siamo ancora quì a celebrare quei ragazzi, è perchè una cosa è valida anche per quelli che ragazzi sono oggi, alle prese con altre difficoltà come disoccupazione e crisi sociale, familiare ed economica: la capacità di unirsi e di non cedere a rassegnazione e pessimismo che i ragazzi del ‘99 seppero dimostrare.

Massimiliano Spiriticchio

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