Cultura

L’umorismo sempre attuale del Principe della Risata – Siamo uomini o caporali

giovedì, Maggio 4, 2017
L’umorismo sempre attuale del Principe della Risata – Siamo uomini o caporali

Nella settimana in corso, quella cioè del Primo Maggio, non potevamo certo lasciarci sfuggire uno dei film più amati da quel Grande di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte:  “Siamo uomini o caporali” è un film del 1955, ma, a pensarci bene, la pellicola diretta magistralmente da Camillo Mastrocinque, regista la cui arguzia si sposava bene con quella di Antonio De curtis, ovvero proprio Totò, non dimostra affatto i suoi 72 anni di età. Raccontando le varie vicissitudini di un uomo, Totò Esposito, che nella sua vita ha vissuto vari guai, si sviluppa una storia che è ancora molto attuale. Il tema del lavoro in questa pellicola si presenta in tutta la sua relazione con la nostra vita, facendoci sorridere e riflettere sulle varie forme che il comportarsi da caporali può assumere nei vari ambiti e su come si può reagire, anche sacrificandosi ed anche a costo di affrontare la mancata realizzazione di certe speranze. Affiancato da uno straordinario Paolo Stoppa, che interpreta tutti i caporali presenti nel film, il Principe della Risata ci porta a conoscere le varie situazioni in cui un caporale si può avvicinare agli “uomini“. All’inizio della pellicola il protagonista cerca di entrare nel mondo del cinema, ma incontra un persnaggio che sembra interessato molto più alla produzione che alle persone:

Il grande attore mette in ridicolo già quì un uomo che, preso dalla sua unica preoccupazione, cioè che le cose funzionino come vuole lui, non si accorge nemmeno della quantità di abiti indossati da Totò e del fatto che l’ultimo è in realtà il primo. Vestito da milite delle truppe napoleoniche, il Nostro entra nella scena di un film su Nerone. Quando il regista infuriato chiama Meniconi questi minaccia Totò di farlo arrestare. Il Principe della Risata sfila il fioretto e minaccia di uccidere chi gli capita. Viene bloccato e sbattuto in una clinica psichiatrica perché considerato pazzo. Il protagonista approda così nello studio di uno psichiatra, interpretato dal bolognese Nerio Bernardi, che aveva al suo attivo altre collaborazioni con Totò, con il quale aveva recitato già in diverse pellicole, tra cui “I falsari”.

Al medico Totò racconta della “fila” che si faceva davanti ai pochissimi negozi aperti in tempo di Guerra. La scena che segue, sottolineata dall’ironica musica del pescarese Alessandro Cicognini, è un altro esempio dell’ottusità cui può giungere la prepotenza dei caporali. Davanti al negozio a far la guardia c’è Paolo Stoppa, che veste i panni stavolta di un soldato, il quale non si accorge di come il protagonista prima sorpassa arrivando tra i primi quattro dopo aver fatto credere alle persone che ci sia un “puntino nero” inesistente e poi si traveste da fascista. Quando il travestimento diventa da nazista, il soldato capisce tutto, ma non riesce ad evitare l’ennesima trasformazione in “cieco anteguerra”: altra notazione stavolta visiva che suona come un mettere in ridicolo la distinzione tra non vedenti. Il tutto è sottolineato magistralmente da una musica che imita anch’essa quella militare: tono da marcia trionfale all’arrivo del fascista, imperioso alla comparsa del nazista e marcetta militare durante  il maldestro inseguimento. La satira sociale diventa anche in questo caso evidente: la Guerra vissuta dagli italiani è intrisa di quel sapersi adattare tutto italiano che, pur di sopravvivere, porta a pensare a come riuscire ad ingannare i prepotenti di turno. Una resistenza fatta a modo italico e quindi senza sfidare apertamente il potere arrogante, ma mettendo in campo tutti i mezzi per aggirarne gli eccessi.

Ma torniamo alla trama: nonostante tutto, Totò viene imprigionato e portato in un campo di concentramento. Quì compie un furto al magazzino dei viveri degli ufficiali. Distribuisce il cibo agli altri prigionieri, incluse le donne, che si trovano in un settore separato. Addestra, a tale scopo, un cane da pastore tedesco, che porta il cibo in un sacco alle prigioniere. Tra queste: Sonia, sua amica, della quale è innamorato. Con lei ogni sera comunica con un rudimentale telefono a barattoli. Scoperto il furto, il colonnello nazista Hammler fa condurre tutti i prigionieri sulla piazza del campo di concentramento. Ed è a questo punto del film che si assiste ad una delle scene che più fanno riflettere:

 

Perfino la ferocia dei nazisti viene infatti messa in ridicolo: non solo per la pernacchia, che tanto ricorda quella de “I due marescialli”, ma anche per il fatto che viene mostrato quanto gli assurdi e purtroppo famigerati esperimenti pseudoscientifici che nella Germania nazista si facevano fossero ispirati ad una logica riconducibile solo ad un delirio di onnipotenza assolutamente folle.  Infatti un attimo prima di essere fucilato, Totò è richiesto da un ufficiale “scienziato” che ne ha bisogno per degli esperimenti con l’energia nucleare. Lo scopo dello “scienziato” è quello di realizzare una macchina in grado di rendere gli uomini velocissimi caricandoli con l’energia nucleare, così da trasformare l’esercito tedesco in un’armata invincibile. L’esperimento crea però una grande confusione e Totò ne approfitta per fuggire con Sonia.

I due giungono poi a Roma. Ma anche quì i caporali sono in agguato. Nella Capitale liberata, il protagonista e Sonia giungono al teatro gestito dagli americani. Dopo la scena in cui sul palco avviene il famoso “E llevate ‘a cammesella”, il colonnello Black cerca con l’inganno di insidiare Sonia, che però vine salvata da Totò. Anche quì non si direbbe certo di assistere a qualcosa di antico…

La stessa scena della Cammesella, a pensarci bene, non è forse un’ironia arguta su uno dei modi con cui si può arginare la prepotenza, cioè proprio la sensualità? La minaccia scherzosa di Fiorella Mari, attrice  brasiliana di origini italiane già nota al pubblico internazionale, che punta una pistola innocua a Totò, e la sua risposta con quella “mise” tutt’altro che virile non la dicono forse tutta sulle debolezze umane che puntualmente ridimensionano le manie degli arroganti e dei prepotenti di turno?

Come detto, proprio quella debolezza a sfondo erotico tradirà il colonnello Black. Liberatisi di lui, il protagonista e Sonia approdano al mondo del giornalismo. La necessità spinge il Nostro a farsi coinvolgere nel tentativo di raccontare un omicidio mai avvenuto. Sonia però gli fa capire di essere stato raggirato dall’ennesimo caporale: un direttore di giornale che vuole solo aumentare le copie vendute e che, quando la verità rischia di venire fuori, non esita a sequestrarlo in un hotel, arrivando addirittura a farlo arrestare per truffa.

Le angherie raccontate dal “paziente” Totò sono dunque davvero tante e motivano senza dubbio quella che per lui era una filosofia di vita: l’esistenza cioè di due categorie, gli uomini e i caporali, tra le quali però ne andrebbe inserita una terza, che il critico Giancarlo Governi, grande esperto della filmografia del Principe della Risata, ritiene essere in qualche modo impersonata forse proprio da Totò: quella dei nobili che su affrancano da questa realtà e che sanno farcela osservare con il dovuto distacco e la giusta ironia e consapevolezza. Totò sembra dirci insomma che sono queste, l’ironia e la consapevolezza, le armi che ci consentono di superare le angustie della nostra esistenza, affrontandole in modo più leggero e quindi più sereno, ma non senza quel realismo di cui è intriso il finale del film, nel quale Rosa sposa l’ennesimo caporale, ma Totò non si lascia coinvolgere nella sua nuova vita rimanendo, nonostante tutte le rinunce che questo comporta, libero…  

 

Massimiliano Spiriticchio

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