Cultura Redazione

L’umorismo sempre attuale del Principe della Risata – Guardie e ladri

venerdì, Maggio 26, 2017
L’umorismo sempre attuale del Principe della Risata – Guardie e ladri

Cosa fa di un uomo un ladro? La domanda attanaglia tutti da sempre. Un proverbio dice che la risposta può essere molto semplice: l’occasione. Eppure le cose non sono sempre così facilmente intuibili e, in realtà, tra quelli che siamo abituati a considerare i buoni, cioè le guardie, e coloro che invece siamo abituati a vedere come cattivi, cioè i ladri, ci sono diverse analogie e, a volte, anche qualcosa di più. Sono queste forse le considerazioni che spinsero Totò ad incontrare la grandezza di registi straordinari come Steno e Mario Monicelli e quella di un eclettico attore romano, Aldo Fabrizi, per confezionare un vero e proprio capolavoro del cinema: “Guardie e ladri“,  appunto. La genesi del film non fu semplice: originariamente a dirigerlo avrebbe dovuto essere Luigi Zampa che lo annunciò nel 1949 e che avrebbe voluto affidare il ruolo della guardia a Peppino De Filippo, facendolo affiancare come consorte cinematrografica da Anna Magnani. Zampa temeva che le maglie della censura sarebbero state troppo strette, in un’Italia che considerava un problema il fatto che un rappresentante della forze dell’ordine potesse familiarizzare con un malvivente. La pellicola giunse così nelle sale due anni dopo, con altri registi ed altri interpreti. Fu così che s’incontrarono due attori, TotòAldo Fabrizi, considerati da alcuni critici comici “del popolino”, con definizione troppo sbrigativa, dato che entrambi del popolo sapevano interpretare l’anima più profonda, con un cinema ironico dal quale però traspariva il profondo amore per l’Italia e la sua gente e, soprattutto, l’intuizione che ad unire il Paese non erano solo i grandi ideali, ma anche la comune esperienza delle difficoltà che spingevano alcuni ad essere guardie ed altri ad essere ladri. La scena, posta quasi all’inizio del film, dell’inseguimento, lascia subito intravedere il punto d’incontro del ladro Ferdinando Esposito e del sergente Bottoni:

 

Come abbiamo già visto in altri film, è anche stavolta la musica del pescarese Alessandro Cicognini a farci assaporare l’atmosfera che si respira, aiutandoci a capire che l’inseguito non “offende” e non può quindi essere destinatario di spari perchè non c’è legittima difesa da attuare. Già, la legittima difesa: non se n’è sentito parlare in termini tutt’altro che ironici in questi ultimi tempi? A ben guardare Totò e Fabrizi non ci dicono quì che il ladro fa bene o che la guardia non deve inseguirlo, ma ci suggeriscono un’altra cosa: che entrambi hanno problemi simili e che forse non servono dati e statistiche per capire che, per combattere davvero il crimine, occorrerebbe soprattutto cercare di combattere la povertà.

Ma torniamo alla trama: dopo il dialogo tra il ladro e la guardia, arrivano lo straniero truffato ed il tassista che lo accompagna e che vuole da Esposito i soldi per la corsa non pagata in precedenza. Il “malvivente” finisce così in manette, anzi con una catenella al braccio, ma finge un attacco di colite e, con uno stratagemma, fugge dalla finestra di un bagno. Anche il sergente Bottoni finisce così per essere in qualche modo inseguito: l’americano truffato ed il tassista protestano in commissariato, ritenendolo responsabile del mancato arresto. Inizialmente rassicurato dal suo superiore, il brigadiere viene invece momentaneamente sospeso dal servizio e rischia di finire sotto processo se non addirittura di perdere il posto. Ma il commissario gli dà una possibilità: se riacciuffa Esposito entro tre mesi senza l’aiuto di nessuno, sarà riammesso.

Comincia così il tentativo della “guardia” di avvicinarsi al “ladro”: senza dire niente nemmeno alla sua stessa famiglia, il sergente Bottoni in borghese avvicina il figlio di Ferdinando Esposito e lo invita a casa, dopo averlo fatto diventare amico di suo figlio e avergli regalato un maglione. Ma l’imponderabile è dietro l’angolo e, quando dopo alcuni giorni, la famiglia di Esposito, senza di lui, va a casa del brigadiere, tra la figlia di quest’ultimo e Alfredo, il cognato di Ferdinando Esposito, nasce l’amore. Ora dunque le vite del “cattivo” e del “buono” sono non solo simili, ma anche caratterizzate dalla vicinanza concreta della due famiglie. Quando quella di Esposito torna a casa, questi, dopo averne lamentato l’assenza, corregge i compiti del figlio:

La sincerità di animo che Totò invoca in questa scena non sembra essere solo una semplice e peraltro efficacissima battuta, quanto piuttosto la chiave di lettura giusta per il seguito di un film in cui anche le famiglie dei due protagonisti si accorgono una della rispettabilità dell’altra. Bottoni ed Esposito s’incontrano varie volte (una dal barbiere e una telefonicamente mentre sono ciascuno a casa dell’altro), ma il ladro riesce sempre a sfuggire alla guardia. Giunge però il giorno propizio, che è proprio l’ultimo dei famosi tre mesi, nel quale viene organizzato un pranzo a casa di Esposito.

I due nell’occasione s’incontrano sulle scale ed hanno finalmente modo di parlarsi e capirsi. Entrambi rischiano di trovarsi uno peggio dell’altro e a soccombere di più rischia di essere proprio il rappresentante delle forze dell’ordine, senza lavoro, disonorato e con un futuro quanto mai incerto. I due allora concordano un finale in cui il trionfo della giustizia appare in realtà come il salvataggio dalla prepotenza di chi, non sapendo immedesimarsi nelle situazioni altrui, finisce, anche se inconsapevolmente, col prendersela col più debole: il ladro si fa arrestare e, mentre la sete di giustizia dell’americano truffato e la voglia di “salvare la faccia” dei superiori del brigadiere saranno soddisfatte, sarà proprio il sergente Bottoni ad uscire indenne, ma solo grazie alla collaborazione di quel ladro che ora, in fondo , dovrà anche ringraziare, perchè, senza di lui, un lavoro non ce lo avrebbe più. Ed eccola l’attualità di questo film che sembra dirci ancora: non fermiamoci alle apparenze e alle soluzioni facili, perchè, parlando senza farsi avvolgere da una società troppo spesso contrassegnata proprio da quel chiudersi in se stessi che genera solitudine, si può scoprire che anche i ladri, a volte, possono trasformarsi in guardie:

Massimiliano Spiriticchio

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