Cultura Internazionale Società

L’incontro e la liturgia del caffè con gli eritrei…

giovedì, giugno 21, 2018
L’incontro e la liturgia del caffè con gli eritrei…

Questa non è soltanto – ve lo diciamo subito – la storia di una bevanda a noi italiani molto cara. È la storia di un incontro che avviene da tantissimo tempo e di un elemento che noi italiani siamo abituati a concepire, non senza ragioni, come identificativo della nostra cucina e della nostra cultura nazionale: il caffè. Vortici.it ha scoperto e sperimentato un modo molto conviviale e carico di significati, che risale alle origini di questa splendida bevanda. Tutti spontaneamente la associamo all’idea di incontro, al punto che, anche quando entriamo in un bar per gustarne una tazzina, ci viene spontaneo scambiare due chiacchiere con chi in quel momento ci serve e magari anche con gli altri clienti, nonostante spesso si tratti di persone a noi sconosciute. Eppure chi vi scrive si è piacevolmente meravigliato quando ha scoperto un altro modo di gustare il caffè.

È domenica pomeriggio e siamo a Montesilvano, in provincia di Pescara: quì la Caritas diocesana di Pescara – Penne ed il Comune hanno organizzato la festa dei Popoli, evento con cui tutti gli anni si invitano a riunirsi i rappresentanti delle varie comunità nazionali presenti nel territorio. Ci sono i popoli dell’Est europeo, quelli del Sud America e alcune associazioni di volontariato e scuole che organizzano attività culturali per tutti, italiani e stranieri. Non mancano però gli africani, presenza ormai abituale per gli abitanti del posto. Giriamo incuriositi tra i vari stand e assistiamo ad una parte degli spettacoli di danza in scena sul palcoscenico con coreografie da tutto il mondo. Ad un certo punto, però, la nostra attenzione viene attratta da una scena che notiamo quasi al centro del luogo dell’evento: sotto un gazebo un gruppo di africani è seduto in cerchio. Ci avviciniamo e chiediamo cosa stia accadendo, anche perchè, nel frattempo, proprio avvicinandoci, abbiamo notato una donna che maneggia alcuni strumenti di cucina: “Siamo eritrei – ci spiega un uomo in tipico abbigliamento locale – e ci stiamo preparando per bere il caffè”. L’invito a fermarmi per berne una tazza in compagnia di mia madre che è con me arriva spontaneo, come la spiegazione del rito cui nel frattempo assistiamo: “Il caffè – ci spiega Hermon, il cui nome evoca scenari biblici – è per noi eritrei una liturgia. D’altra parte arriva dalle nostre parti: anticamente infatti gli uomini che di sera avevano bisogno di scaldarsi bruciavano le bacche della pianta del caffè e notarono un odore straordinario, forte che li indusse a gustare il liquido ottenuto da quelle bacche. Cerca su Internet – mi dice Hermon – e troverai la conferma di quanto ti sto dicendo”. In effetti sono molti i siti online che confermano questo racconto, anche se in realtà in diversi affermano che non è possibile stabilire con certezza le tappe di questa storia, nè dire con esattezza se davvero il nome della regione di Kaffa, nel Sud Ovest dell’Etiopia, sia legato a questa bevanda, la cui piantagione è da quelle parti molto diffusa.

Una cosa però è sicura: la liturgia del caffè eritreo, alla quale abbiamo partecipato anche noi. Mentre ascoltavamo le spiegazioni di Hermon, la donna che vedete nelle nostre foto ha fatto riscaldare i chicchi e ne ha fatto annusare l’odore.

È un messaggio augurale perchè gli ospiti abbiano un lieto destino.

Segue poi un’altra fase: quella delle preparazione del caffè vero e proprio. La donna prende uno speciale contenitore e versa al suo interno dell’acqua con il caffè. Poi mette il tutto a scaldare e tutti insieme aspettiamo che la nostra bevanda sia pronta. Intanto si conversa e ci si scambiano commenti, racconti, condivisioni di vario genere, fino a quando arriva il momento dell’auel, la prima tazzina, senza manichi e molto decorata. Tutti bevono e gustano il caffè aromatizzato con un’erba e lo zucchero. Ma poi riprende l’attesa perchè nei Bunna-Bet, cioè i ritrovi domenicali in casa, il caffè è l’occasione per stare insieme e il tempo è una variabile del tutto secondaria, dato che “il rito – ci dice con un grande sorriso Rachel, una ragazza che con noi vive questo momento – non dura cinque minuti come in Italia, ma un’ora o un’ora e mezza o anche di più”. Rachel parla un perfetto italiano e ci racconta che vive quì da quando aveva due anni: “Mi trovo bene in Italia” ci dice dopo che il rito del caffè si è concluso non senza aver attirato, a turno, l’attenzione di tutti.

Ma se il rito, anzi la liturgia legata a questa bevanda finisce, nonostante la sua lunghezza, una riflessione resta: non sarà che dobbiamo anche noi tornare a fermarci per avere più momenti di convivialità in cui stare insieme, per incontrarci davvero, conoscerci e ritrovare le ragioni di una condivisione di tutto, in una visione della vita ispirata a principi di unione e di incontro? Forse, parafrasando un noto slogan pubblicitario, potremmo dire: “Il caffè è un piacere! Se non è (in vari modi) condiviso, che piacere è?”

 

 

— Massimiliano Spiriticchio

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