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Le Paralimpiadi: storie di vita e di sport

giovedì, Settembre 9, 2021
Le Paralimpiadi: storie di vita e di sport

Gli orari in cui si sono svolte, quelli cioè giapponesi, e le vicende internazionali che purtroppo in queste settimane si sono verificati non hanno reso facile seguirle. Eppure le Paralimpiadi di Tokyo sono state comunque un grandissimo evento. Un po’ tutti hanno detto che ormai la loro grandezza non sta tanto nel fatto che a gareggiare siano persone con disabilità, quanto nel fatto che quegli atleti sono stati visti come tali ed apprezzati per le loro imprese sportive. Dal nuotatore cinese che dice alla figlia di guardarlo perchè non ha le braccia, ma comunque è velocissimo, a Bebe Vio, la campionessa di scherma che ha rischiato di rimanere letteralmente vittima di un’infezione, le storie di chi ce l’ha fatta davvero sono state tante. Tante sono state le immagini di sport che questa Paralimpiadi ci hanno consegnato.

Possiamo solo immaginare le fatiche, le rinunce, i sacrifici che qualunque atleta deve accettare nella sua vita. Tutto questo però non basta a descrivere lo sport paralimpico se non si tiene conto della volontà di sfidare il limite, di capire le proprie potenzialità, di sperimentare cosa si è davvero in grado di fare. Una storia da questo punto di vista è parsa a chi scrive davvero emblematica: quella di Monica Graziana Contrafatto, medaglia di bronzo nella gara dei 100 metri di atletica categoria T63, dove è salita sul podio con altre due azzurre, cioè la medaglia d’oro Martina Caironi e la medaglia d’argento Ambra Sabatini. La sua particolarità sta nella sua storia: nel 2012 era un caporal maggiore dei bersaglieri in missione in Afghanistan. Durante un attacco alla base italiana venne colpita a una gamba dalle schegge di una bomba che le provocarono danni anche all’arteria femorale, all’intestino e a una mano. Le venne poi amputata la gamba destra. Nonostante questo Monica non si è data per vinta ed anzi ha scoperto una nuova vita: ” “Voglio dedicare la mia medaglia all’Afghanistan. E’ il motivo per il quale alla fine mi trovo qui e non da un’altra parte. È il Paese che mi ha tolto una parte di me, ma in realtà mi ha regalato tante emozioni e una nuova vita, che è fighissima”, ha detto ai microfoni Rai Sport dopo la gara. Parole che rivelano quel senso di gratitudine verso la vita, che è sempre una continua sorpresa, anche quando gli eventi sembrano non girare dalla parte giusta o che noi consideriamo tale. Già: perchè, se un fatto provoca “deviazioni di chiamata” questo non significa che la vita non possa prendere direzioni comunque positive e la storia di Monica deve insegnarci che forse a volte i piani e i programmi si possono modificare traendo comunque nuovi stimoli dalle situazioni che ci succedono.

Un’altra storia emblematica, tra le tante che si potrebbero raccontare, è sicuramente quella di Bebe Vio: chi come il sottoscritto, diversi anni fa, ha potuto conoscerla di persona si è reso conto subito, nei pochi minuti di quell’incontro, che la sua vitalità è la sua forza, ma anche della sua spontaneità. Atleta semplicemente indistruttibile, ha saputo riprendersi anche quando ormai sembrava finita per lei. Quell’infezione, che ha rischiato di costringerla all’amputazione dell’arto sinistro, poteva costarle caro, ma Bebe è comunque andata in gara e il suo oro, prima ancora di quello conquistato gareggiando, è stato proprio l’esserci: “Lo scorso 4 aprile – ha raccontato lei stessa nel suo solito stile spontaneo – mi sono dovuta operare e sembrava che a queste Paralimpiadi non dovevo esserci. Abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbiano fatto. Non credevo di arrivare fin qui, perché ho avuto un’infezione da stafilococco che è andata molto peggio del dovuto e la prima diagnosi era amputazione entro due settimane  e poi la morte. Sono felice, avete capito perché ho pianto così tanto? L’ortopedico ha fatto un miracolo, si chiama anche Accetta tra l’altro… è stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro”.

Le storie di sport potrebbero continuare. Quelle da raccontare sarebbero davvero tantissime. Ma una è la cosa che conta: capire che normale non è camminare con due gambe o vederci. Normale è vivere accettando la propria condizione e scoprendo al proprio interno quelle risorse che abbiamo e che possono essere il nostro vero tesoro.

Massimiliano Spiriticchio

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