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La scuola senza cellulari, i giovani e quelle sensazioni mai scontate o irrilevanti…

giovedì, settembre 20, 2018
La scuola senza cellulari, i giovani e quelle sensazioni mai scontate o irrilevanti…

Le giornate che stiamo vivendo sono caratterizzate da una costante del periodo: il ritorno degli studenti sui banchi che, come ormai da tanto tempo, avviene in giorni diversi a seconda della regione italiana in cui si vive e si frequenta la scuola. Come sempre, l’appuntamento ha per corollario il caro libri, le spese per il corredo scolastico, i mercatini e tutto ciò che fa parte della quotidianità legata a quel mondo. Di quanto è collegato al ritorno sui banchi fa parte anche l’attenzione che la stampa riserva all’evento, con quella ricerca della notizia “curiosa” da mettere in rilievo. Tra quelle circolate in questi giorni una, in particolare, ha catturato la nostra attenzione, dando il via ad una serie di considerazioni venute anche, e forse soprattutto, dal frequentare i giovani alunni e passare un po’ di tempo con loro. La notizia in questione arriva da Piacenza, precisamente dal liceo “San Benedetto”, dove, da quest’anno gli studenti, ogni giorno, devono inserire cellulari, smartphone e Iphone in un apposito contenitore (una sorta di tasca) che viene chiuso e che “scherma” il dispositivo rendendolo inutilizzabile. Solo gli insegnanti possono sbloccare il contenitore con un sistema simile all’antitaccheggio dei negozi, fissato alla merce per evitare furti e che solo cassieri e commessi possono sbloccare quando il cliente ha pagato. Insomma: la nuova tecnologia in uso nella scuola piacentina, ma già diffusa negli USA, da dove arriva, rende il cellulare praticamente inattivo durante le lezioni. L’obiettivo del dirigente scolastico è chiaro: “Aiutare gli studenti a togliere gli occhi dal display per alzarli al cielo, ad andare oltre, verso qualcosa di più elevato” ha scritto il prof. Fabrizio Bertamoni. Inevitabili la divisione e magari il dibattito tra favorevoli e contrari. La notizia, insomma, riaccende i riflettori su un tema al quale, in realtà, in molti pensano con interesse. A sentire i discorsi di prof e genitori, quella per l’uso eccessivo dei vari tipi di telefono da parte dei ragazzi è una preoccupazione costante. Ci si chiede se tutto questo non porti ad un maggiore isolamento, ad una propensione nei confronti del virtuale a scapito del reale nei rapporti umani. Proprio quì’ però si inseriscono le considerazioni di chi i giovani ha modo di frequentarli a lungo ed ama fermarsi ad ascoltare il loro punto di vista e le loro sensazioni, che non vanno mai date per scontate o addirittura irrilevanti, perchè a pensare di conoscere a priori il pensiero di questi ragazzi si fa un errore oltre che un’ingiustizia, carichi come sono, se si sentono destinatari di attenzione sincera, di originalità e profondità nelle loro considerazioni. Siete così sicuri che i giovani utilizzino tanto i cellulari semplicemente per non impegnarsi troppo nelle loro relazioni con gli altri esseri umani?

A Piacenza prima scuola senza cellulare

I dati non sembrano avvalorare quest’ipotesi. Nel 2016 Telefono azzurro e Doxakids hanno realizzato una ricerca su 600 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni, dalla quale è emerso che su 100 ragazzi 17 non riescono a staccarsi da smartphone e social, che 1 su 4 è sempre online, che il 45% si connette più volte al giorno e che il 78% chatta su whatsapp continuamente. Uno studio che ha analizzato in particolare la relazione tra adolescenti, benessere psicologico e screen-time, cioè il tempo trascorso davanti a schermi digitali, chattando, giocando o  navigando su internet, svolto prendendo in considerazione dati di tutti gli Stati Uniti, ha rilevato che più tempo  i giovani passano incollati ai loro smartphone, meno sono felici. La soddisfazione per la vita, l’autostima e dunque la felicità sono crollati dopo il 2012. Non a caso, secondo uno degli autori, Jean M. Twenge, professore di psicologia a San Diego “questo  è l’anno in cui la percentuale di americani in possesso di  uno smartphone è ha superato il 50%. Di gran lunga il più grande cambiamento nella vita dei ragazzi  tra il 2012 e il 2016 è stato l’aumento della quantità di tempo trascorso sui dispositivi digitali con il conseguente declino delle attività sociali e del sonno. L’avvento dello smartphone è la spiegazione più plausibile  – dice – dell’improvviso declino del benessere psicologico degli adolescenti”. Pensare che questi ragazzi non siano in grado di definire bene le loro sensazioni non appare francamente plausibile. Il problema forse, per noi “adulti”, è un altro. Vi siete mai chiesti quante volte li abbiamo davvero ascoltati? Quante volte abbiamo dato loro la possibilità di esprimersi? Quante volte abbiamo raccolto i loro pensieri, le loro emozioni e sensazioni, assolutamente vitali soprattutto in quel periodo della vita? Molti pedagogisti insistono sulla necessità di un sistema educativo che metta realmente al centro la persona e che non consideri i ragazzi come semplici contenitori in cui inserire cose, capendo che servono loro competenze e comprensione. Si tratta, insomma, di dare davvero attenzione, passare del tempo con questi ragazzi, ascoltare.

Una tecnica di cui si parla da tempo, ad esempio, è quella della riverberazione, molto utile soprattutto quando si verificano conflitti apparentemente insanabili, come quelli tra genitori e figli, ma anche tra docenti ed alunni, ponendosi a metà strada tra l’idea di dover cedere sempre e quella di dover dare più che altro delle regole. A illustrare come funziona la riverberazione sono stati, tra gli altri, gli psicologi Adele Bianchi e Parisio Di Giovanni, all’interno del volume Mente, Comunicazione, Educazione. Secondo i due studiosi, “sia andare allo scontro sia cedere fa crescere in realtà la tensione. Cedere infatti evita il conflitto aperto, ma fa nascere tensione in entrambi i partecipanti all’interazione” dato che l’adulto pensa di esporre il ragazzo ad una scelta sbagliata o pericolosa, mentre quest’ultimo “sarà contento di ciò che ha ottenuto, ma si renderà conto di aver come estorto quel bene”. Al contrario, quando sono i grandi a limitarsi ad imporre regole, dall’altra parte si reagirà con la ribellione. Con la riverberazione invece, in un primo tempo, si assume il punto di vista dell’altro, partendo proprio da quello che l’altro dice, “mettendosi nei suoi panni”, cosa davvero fondamentale con i ragazzi. Il secondo passo è quello di provare a pensare in questa nuova ottica, portando avanti la riflessione insieme. Infine si scoprono insieme i vincoli che la realtà pone: “Non si tratta di un’argomentazione che viene contrapposta all’interlocutore” sottolineano Di Giovanni e Bianchi. “Quel che pensa l’interlocutore non viene mai posto in discussione. Si scorgono semplicemente i limiti oggettivi che le sue aspettative, i suoi desideri, i suoi progetti incontrano nel mondo così com’è”. In questo modo il giovane può imparare a gestire l’autonomia, affrontando il timore dei rischi, molto diffuso tra i ragazzi, e capendo che si possono affrontare con fiducia in se stessi e un po’ di sano realismo. Anche gli adulti però imparano e sperimentano uno stile autorevole, ma non autoritario, grazie al quale cresce la fiducia reciproca.

Insomma: forse non sarà un cellulare tolto loro o “schermato” a garantire tutto questo. Ma è pur sempre un primo passo, o perlomeno può esserlo, sempre se noi sapremo dare a questi giovani la giusta importanza e metterci anche noi seduti con loro, ad ascoltare. Sarà più faticoso, certo! Ma ci farà capire che i giovani hanno voglia di parlarci e ci chiedono prima di tutto di avere fiducia in loro, anche quando non è facile. la scuola senza cellulare può sicuramente aiutare gli studenti a vivere relazioni più vere e scoprire che il mondo è pieno di sfide e rapporti umani a volte difficili da gestire, ma comunque molto spesso arricchenti. Però anche questa mossa non è che un primo passo. Ascoltiamo i ragazzi! Aiuterà noi a ritrovare entusiasmo e loro a sperimentare, insieme a noi, la bellezza straordinaria di una relazione reale…

— Massimiliano Spiriticchio

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