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La Migrazione ambientale: l’approfondimento di Ermelinda Pugliese

venerdì, Novembre 19, 2021
La Migrazione ambientale: l’approfondimento di Ermelinda Pugliese

La Migrazione ambientale: l’approfondimento di Ermelinda Pugliese

Sicuramente voi lettori ricorderete la studentessa Ermelinda Pugliese e il suo approfondimento ripreso da Geopolitica.info. Un ulteriore passo importante e maturo a nostro avviso, è stato compiuto dalla giovane autrice, che non è più da considerare solo una studentessa! La prova tangibile di quanto affermiamo è dimostrata da questo saggio sulla migrazione ambientale, scritto nel 2020 e concesso a noi di Vortici.it in esclusiva! una chicca assoluta, per le nostre due nuove sezioni di saggistica e ricerche.

Environmental migration, un problema da risolvere

Introduzione

Sin dagli albori della storia dell’uomo, i fattori climatici ed ambientali sono stati spesso causa di innumerevoli e significativi movimenti migratori. Oggi, molti fattori riconducibili ad eventi ambientali spingono ogni anno milioni di persone ad abbandonare le proprie dimore, alla ricerca di migliori condizioni di vita, sia all’interno che all’esterno del proprio Paese d’origine. Manca tuttora una definizione univoca che permetta di identificare tali individui e gruppi, sia sul piano formale che sul conseguente piano giuridico.

Diverse nomenclature

Le espressioni che vanno ad identificare i migranti per cause legate all’ambiente sono molteplici e sottendono implicazioni differenti.
La definizione “rifugiato ambientale”, inizialmente proposta da Lester Russell Brown[1] nel 1976, venne successivamente ripresa da Essam El-Hinnawi[2] nel suo Rapporto dell’United Nation Development Programme (UNEP) del 1985, incentrato sul fenomeno delle migrazioni ambientali. Come per altre espressioni affini (rifugiato climatico), l’inefficacia della definizione risiede proprio nel significato giuridico di “rifugiato”: la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951 identifica con tale termine colui (o colei) che attraversa una frontiera internazionale a seguito di una persecuzione razziale, religiosa, sociale o politica. Il sottinteso legame con una dinamica persecutoria rende perciò inutilizzabile l’espressione coniata da Brown.

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM), predilige parlare di “migranti ambientali”, definendoli come persone che abbandonano, temporaneamente o permanentemente, le proprie abitazioni a seguito di cambiamenti ambientali, repentini o graduali, che influenzano negativamente le loro condizioni di vita. L’IOM specifica che la meta della migrazione può essere sia all’interno che all’esterno dei confini del Paese d’origine. In base alla causa ambientale, l’IOM identifica 3 tipi di migrante ambientale:

Environmental emergency migrant: la causa scatenante è un disastro ambientale (tsunami, terremoto, eruzione vulcanica) cui consegue una migrazione temporanea;
Environmental forced migrant: le condizioni di vita sono influenzate negativamente dal progressivo deterioramento delle risorse naturali (deforestazione, salinizzazione delle acque dolci);

[1] L. R. BROWN, Twenty-two dimensions of the population problem, Washington 1976.

[2] E. EL-HINNAWI, Environmental refugees, Nairobi 1985.

Environmental motivated migrant: la migrazione è indotta dal peggioramento di problematiche derivanti dal deterioramento naturale (diminuzione della produttività agricola conseguente alla desertificazione).

Il Parlamento Europeo, prevedendo che il fenomeno delle migrazioni ambientali diventerà sempre più diffuso, e che necessiterà perciò di una gestione scientifica e politica, propone di utilizzare “Environmentally induced Migration” per indicare in generale il fenomeno e “Environmentally induced Displacement” per la migrazione forzata causata principalmente da fattori ambientali.

Poiché nella maggior parte dei casi i migranti per ragioni ambientali non valicano i confini del loro Paese, ne consegue che essi possano essere considerati come sfollati interni, rientrando in questo modo nel profilo delineato nei Principi Guida delle Nazioni Unite[3] sullo sfollamento interno.

L’oggettiva difficoltà nel delineare una classificazione essenziale e funzionale al fenomeno delle migrazioni causate da fattori ambientali è dovuta anche ad un’altra importante variabile, come si intuisce anche dalle tre categorie proposte dall’IOM. Tale variabile è, appunto, la natura dei diversi “Fattori Ambientali e Climatici”.

Un’ulteriore distinzione viene evidenziata nel progetto europeo Each For, che tiene conto della volontarietà e della causa della migrazione. Anche in questo caso vengono proposti 3 categorie:
– Migranti ambientali, che scelgono volontariamente di abbandonare le proprie dimore per cause legate all’ambiente;
– Sfollati ambientali, che sono costretti ad abbandonare a seguito di una minaccia o catastrofe naturale;
Development displaced, popolazioni trasferite in seguito a progetti di sviluppo.

I diversi fattori

Un importante distinguo deve essere fatto tra fattori ambientali originati da cause naturali e fattori ambientali originati da cause antropiche anche se, come vedremo, non ci può essere una netta linea di demarcazione tra i primi e i secondi. Una seconda caratteristica importante nella classificazione degli eventi riguarda l’aspetto temporale, ossia il tempo che intercorre tra il verificarsi dell’evento e la conseguente migrazione.

Appartengono alla categoria dei Fattori ambientali originati da cause naturali quegli eventi non direttamente collegati all’attività umana, come terremoti, tsunami, inondazioni, eruzioni vulcaniche. Si tratta di avvenimenti a volte non prevedibili, che si verificano all’improvviso e che colpiscono violentemente e rapidamente le popolazioni coinvolte. Questa prima categoria solitamente causa movimenti migratori a breve raggio: le popolazioni colpite si spostano subito dopo il verificarsi dell’evento, in luoghi piuttosto vicini a quello d’origine, per poi fare ritorno “a casa” dopo che la situazione si è stabilizzata. Da un punto di vista temporale, quindi, gli spostamenti conseguenti a questo tipo di eventi sono molto ravvicinati.

[3] UNHCR, Guiding Principles on Internal Displacement, New York 1998

Nell’agosto del 2005 l’uragano Katrina si è abbattuto sulle coste del Golfo del Messico, colpendo con forza gli stati americani di Mississippi, Alabama, Florida, Georgia, Ohio, Kentucky e Louisiana, anche a causa dei conseguenti allagamenti, resi ancor più devastanti dall’indebolimento degli argini. A seguito del disastro, la popolazione di New Orleans è stata costretta a migrare; ciononostante circa il 15% della cittadinanza, per problemi economici e logistici, è rimasta inizialmente bloccata nella città. In seguito solo la metà della popolazione originaria ha deciso di ritornare a New Orleans; parallelamente, con la nascita di nuovi posti di lavoro legati alla ricostruzione, si è assistito ad un movimento migratorio “prevalentemente irregolare proveniente dall’America Centrale” [4].

[4] C. GIUDICI – C.W. DE WENDEN, I nuovi movimenti migratori, Milano 2016, p. 80.

Ci sono, tuttavia, fattori ambientali che si verificano nel lungo periodo, come ad esempio la salinizzazione delle acque dolci, o l’aumento del livello del mare. Emblematico il caso del piccolo arcipelago di Tuvalu, nel Pacifico Meridionale. A Tuvalu l’innalzamento del livello del mare è un problema estremamente importante, (l’altezza massima è di circa 5 metri s.l.m.) noto da più di un secolo; per affrontare il problema, negli anni, si è ricorso a diverse misure, da una ferrea politica di controllo delle nascite, all’acquisto nel 1946 di un’isola Fiji,[5]Kioa, con lo scopo di trasferirvi parte della popolazione proveniente dall’isola di Vaitupu.[6]

Al giorno d’oggi buona parte della popolazione di Tuvalu vive in Nuova Zelanda, a seguito di una costante migrazione verso un Paese che offre più possibilità sia a livello lavorativo che di condizioni di vita (l’acqua potabile a Tuvalu è ricavata esclusivamente dalle acque piovane). Un recente studio, condotto dall’Università di Auckland tra il 1971 e il 2014 e pubblicato su Nature nel 2018,[7] ha riscontrato un aumento della superficie dell’arcipelago di circa il 3% nel periodo di osservazione. I ricercatori sostengono che la diminuzione del territorio non dovrebbe più rappresentare un problema per gli abitanti di Tuvalu, pur sottolineando quanto l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso rimanga di grande importanza per i suoi abitanti.[8] 

In casi come quello di Tuvalu si tratta di modificazioni ambientali graduali, che possono essere affrontate con una certa progettualità.

Alla categoria dei Fattori ambientali originati da cause antropiche appartengono quegli eventi conseguenti all’azione umana: il controllo sui corsi d’acqua per motivi strategici, politici o bellici, l’evacuazione di intere popolazioni per la realizzazione di grandi progetti di costruzione (ma anche di preservazione o di sviluppo), fino ai disastrosi incidenti nucleari.
L’esodo conseguente all’incidente nucleare avvenuto a Cernobyl il 26 aprile 1986 è rappresentativo dell’impatto antropico sull’ambiente: 36 ore dopo l’incidente, a seguito del diffondersi della nube tossica, l’intera popolazione di Pripyat (circa 50000 persone) venne evacuata e collocata nei distretti vicini per poi spostarsi, da settembre, verso Kiev. Le evacuazioni proseguirono, coinvolgendo in diverse fasi tutti i villaggi e le città nel raggio di 30 chilometri dalla centrale, causando la migrazione forzata di oltre 110000 cittadini Ucraini, Bielorussi e Russi.[9] L’esempio di Chernobyl si riferisce ad un evento improvviso e violento.

[5] “After considerable discussion the Colonial Secretary of Fiji approved the purchase and on 15 June 1946 Koia was bought for £3000.” SIMATI FAANIU, Tuvalu: a History, Suva 1983, p. 85

[6]ZOMMERS – ALVESON, Resilience: the science of adaptation to climate change, Londra 2018, p. 310

[7] https://www.nature.com/articles/s41467-018-02954-1

[8] https://phys.org/news/2018-02-pacific-nation-bigger.html

[9] UNSCEAR, Sources and effects of ionizing radiation, vol. II, Annex J, New York 2000, pp. 472-473 e 527.

Il caso della diga delle Tre Gole in Cina è esemplificativo di quegli eventi antropici causati da progetti di sviluppo. Completata nel 2006, la gigantesca diga del Fiume Azzurro, nella provincia di Hubei, costituisce una centrale idroelettrica di enorme portata, che consente di contribuire al fabbisogno energetico del Paese, abbattendo così la produzione di energia elettrica derivata dalla combustione del carbone. Un altro beneficio portato dalla diga è il controllo delle piene del Fiume Azzurro e le conseguenti inondazioni nella parte meridionale del Paese. La realizzazione del progetto, però, ha avuto un impatto ambientale di grande importanza: il riempimento del bacino ha infatti sommerso una vasta area, in cui erano presenti città, paesi, villaggi e siti archeologici. A tal proposito lo Stato cinese ha dovuto evacuare oltre un milione di cittadini provenienti dall’area interessata, ricollocati in altre zone della provincia. Un’altra ricaduta ambientale negativa è rappresentata dalle emergenze geologiche collegate alla costruzione della diga, in particolare frane e smottamenti, che potrebbero portare ad altre evacuazioni.

Un ultimo esempio di fattori naturali originati da cause antropiche è la gestione dei corsi d’acqua e delle risorse idriche, spesso utilizzato come strumento per indebolire città, o addirittura Paesi, in conflitto. La grave siccità che ha colpito la Siria tra il 2006 e il 2011 è stata esacerbata da una gestione delle dighe turche sull’Eufrate poco attenta alle necessità siriane; questo ha portato ad una migrazione di migliaia di persone, dai centri rurali alle città, impreparate ad accoglierle e collocarle. Nel successivo conflitto mediorientale, l’ISIS “ha cercato di controllare le aree più fertili come quella di Tabqua da dove si approvigionano le principali città siriane, ha attaccato gli impianti del Tigri e dell’Eufrate sia in Siria che in Iraq, governando i flussi delle popolazioni in cerca di acqua e sostentamento”.[10]

Dati dell’UNHCR risalenti a marzo 2017 riferiscono di quasi 5 milioni di rifugiati e richiedenti asilo provenienti dalla Siria. [11]

[10] G. CANCELLIERE (a cura di), Le Mani sull’acqua, Migrazioni ambientali e conflitti per il controllo dell’acqua, Bologna 2017, pp. 27-33.

[11]https://www.unhcr.it/news/comunicati-stampa/la-guerra-arriva-al-settimo-anno-lunhcr-avverte-la-siria-fase-cruciale.html

Come detto in apertura di paragrafo, esiste anche una terza categoria di Fattori Ambientali e Climatici che causano migrazioni. Si tratta di una categoria mista, in cui fattori di carattere naturale e fattori di carattere antropico concorrono ad eventi ambientali che spingono le popolazioni a migrare altrove. Il primo esempio, il cosiddetto Dust Bowl, trova un posto di rilievo nella trattatistica sulle migrazioni ambientali. L’evento, verificatosi durante gli anni ‘30 del XX secolo, coinvolse cinque Stati americani: Texas, Oklahoma, New Mexico, Kansas e Colorado. A seguito di una intensiva (ed esclusiva) coltivazione di grano, che andava così ad inaridire un terreno non più idratato dalla rotazione delle colture, la siccità ridusse il suolo secco in polvere, e una serie di tempeste di sabbia si abbattè sulla regione. Una delle più devastanti tempeste di sabbia, denominata Black Sunday, si verificò il 14 aprile 1935, e colpì con maggior violenza l’Oklahoma nordoccidentale e il Texas settentrionale. Questa serie di tempeste ridusse in ginocchio la popolazione, sia per l’impossibilità di poter coltivare un terreno oramai non più fertile, sia per la conseguente confisca dei beni ad opera delle banche, a seguito dell’insolvibilità di fattori ed agricoltori. La conseguente migrazione, prevalentemente verso l’Ovest, coinvolse oltre mezzo milione di persone, con importanti ripercussioni sia sociali che economiche. Nel 1936 il San Francisco News commissionò a John Steinbeck una serie di articoli sulla diaspora in atto[12], pubblicati tra il 5 e il 12 ottobre dello stesso anno, e successivamente pubblicati nella raccolta “The harvest gypsies”. Le vicende migratorie del Dust Bowl sarebbero diventate il tema del romanzo Furore dello stesso Steinbeck, uno dei romanzi simbolo della depressione americana degli anni ‘30.

[12] JOHN STEINBECK, I Nomadi, Milano 2015, prefazione.

Il disastro nucleare avvenuto tra l’11 e il 15 marzo 2011 a Fukushima, è un esempio di come fattori di carattere naturale e fattori di carattere antropico possano essere indissolubilmente legati in una sfortunata relazione causa-effetto. Fu infatti il terremoto di Tohoku (11 marzo 2011) ad innescare uno tsunami che distrusse i generatori di emergenza che avrebbero alimentato il processo di raffreddamento dei reattori; in seguito si ebbero, infatti, esplosioni ed uscite di materiale radioattivo da 3 dei 6 reattori della centrale (12-15 marzo). Un’operazione congiunta tra il Governo giapponese e la TEPCO[13] ha portato all’evacuazione di oltre 150000 persone nel raggio di 30 km dalla centrale.[14]

[13] Tokyo Electric Power COmpany

[14] A. ASGARY, Resettlement challenges for displaced populations and refugees, Toronto, 2019, p.154

 

La Migrazione ambientale: l'approfondimento di Ermelinda Pugliese

 

Una problematica in costante aumento – Conclusioni.

Secondo diversi studi, si ritiene che, entro il 2050, il numero di migrazioni a seguito di eventi collegati all’ambiente e al clima aumenteranno esponenzialmente: la stima più ottimistica ne prevede 50 milioni, per arrivare fino ad 1 miliardo negli studi più pessimistici[15]. Al netto di quella che sarà l’effettiva evoluzione del fenomeno, appare evidente quanto sia di fondamentale importanza riuscire ad arginarne le cause (diminuzione dell’inquinamento, abbassamento dell’impatto ambientale, risorse energetiche alternative) e regolamentarne gli effetti (in primis una univoca classificazione dei movimenti migratori derivanti da cause ambientali, cui dovrebbe conseguire una regolamentazione giuridica che garantisca alle persone coinvolte di avere l’assistenza necessaria e la possibilità di costruirsi una vita migliore).

[15] https://www.climateforesight.eu/migrations-inequalities/environmental-migrants-up-to-1-billion-by-2050/

 

* Occorre essere tutti responsabili! Abbiate cura di voi, dei vostri cari e dei vostri amici.

 

– Le immagini fotografiche sono state accuratamente scelte dalla stessa autrice.

Annapaola Di Ienno

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