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La mia esperienza (e il lavoro) in uno strumento straordinario

giovedì, Febbraio 13, 2020
La mia esperienza (e il lavoro) in uno strumento straordinario

La Giornata di oggi non può passare inosservata per chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di entrare anche fisicamente all’interno di un qualcosa che lo ha sempre riempito di fascino: oggi infatti si celebra la Giornata Mondiale della Radio. Io che scrivo per voi queste righe non posso fare a meno di condividere la mia esperienza personale legata a questo strumento davvero straordinario. Lo faccio però non per scrivere un semplice diario personale, ma perchè posso affermare di aver anch’io sperimentato quanto questo strumento sia davvero insostituibile nel dare voce a comunità che altrimenti non avrebbero la possibilità di farsi sentire, ma anche di accompagnarci ovunque senza essere invadente e di unire la gente in un grande racconto collettivo.

Nella mia storia parto proprio dal tema del racconto collettivo e, in particolare, prendo spunto da una trasmissione popolarissima della quale ci siamo occupati di recente per un altro anniversario che la riguardava direttamente: Tutto il calcio minuto per minuto. Quel programma ha segnato la mia infanzia e giovinezza, come del resto è accaduto a tanti italiani di diverse generazioni. ricordo perfettamente la voce roca di Sandro Ciotti, quella squillante di Enrico Ameri, il timbro pulito e molto professionale di Riccardo Cucchi, ma anche Ezio Luzzi, Emanuele Dotto e tanti altri cronisti, tutti molto preparati e capaci di unire davvero ogni domenica un’Italia in cui per circa due ore moltissime persone erano letteralmente incollate alla mitica radiolina o seduti insieme a “sentire le partite” nella speranza che le cose andassero bene per la propria squadra del cuore. Ricordo la grande curiosità che nutrivo anche per il lavoro dei tecnici, grazie al qual l’intero Paese era unito in un’unico grande racconto, spesso ricco di colpi di scena che si palesavano attraverso le interruzioni che i vari inviati si facevano tra loro in occasione di goal o fatti importanti. Ma soprattutto immaginavo le azioni descritte e ammiravo la capacità dialettica dei cronisti che riuscivano a raccontare i gesti atletici dei giocatori unendo emozione e precisione. Della Radio, in quel periodo, amavo però anche altre cose, prime fra tutte la capacità di mettere in comunicazione le persone tra loro attraverso le dediche di canzoni, allora molto popolari soprattutto nell’emittenza locale, che raccoglieva le richieste fatte dal pubblico con una semplice telefonata.

Mi affascinava poi il sapere che, in certi periodi storici, la Radio era stata strumento di libertà, come accaduto ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando messaggi in codice avevano la possibilità di arrivare a chi poteva capirli sfuggendo alle maglie della censura politica. La storia della radiofonia mi ha fatto sapere, quando ero ormai all’Università, che non solo le cosiddette “radio libere” hanno preceduto le tv commerciali, ma anche che grandi successi musicali sono stati letteralmente decretati a furor di popolo proprio attraverso le richieste di mandare in onda quei brani.

Mai avrei sinceramente pensato, però, che un giorno in uno studio radiofonico ci sarei stato io e che, anzi, quello sarebbe stato il mio lavoro. Invece ormai da tanto tempo posso dire di svolgere la mia professione di giornalista proprio in un’emittente radiofonica: Radio Speranza InBlu. Proprio quest’esperienza mi ha portato passo dopo passo a capire quanto lavoro, quanta professionalità, quanta organizzazione c’è dietro quello strumento che spesso accendiamo quando siamo in auto, per strada o a casa e che resiste all’arrivo di nuovi media. Aver imparato a stare dietro le quinte, facendo il montaggio di servizi radiofonici preparando programmi, in diretta e non, mi ha fatto capire quanto ci sia da imparare davvero ogni giorno. Ma soprattutto questo lavoro mi ha permesso e ancora mi permette di entrare in una vera e propria rete di relazioni e dare voce a chi ha davvero qualcosa da dire. Potrei citare tanti ricordi, alcuni dei quali divertenti, come nel caso delle gare di calcio a 5 e pallanuoto che mi è capitato di seguire, o in quello delle dirette su alcuni eventi ecclesiali nelle quali siamo stati legati a difficoltà tecniche davvero importanti perchè trasmettere da un luogo diverso dallo studio di registrazione non è esattamente lo stesso che farlo dall’esterno, vista la necessità di effettuare un buon collegamento. Eppure un ricordo resta su tutti e inevitabilmente si affaccia nella mia mente: quello del 6 aprile 2009, il giorno del terremoto in Abruzzo. Quel sisma aveva colpito anche i nostri colleghi di Radio L’Aquila 1 e in un’altra emittente radiofonica legata in quel periodo allo stesso network con il quale è collegata Radio Speranza, ossia quello di Radio InBlu, legato alla Conferenza Episcopale Italiana, si è pensato di contattare noi, emittente ufficiale dell’arcidiocesi di Pescara – Penne, per avere un racconto di quanto stava accadendo. Seguirono giornate intense, fatte di interviste ed incontri davvero molto emozionanti con persone che davvero avevano perso tutto, ma non la voglia di andare avanti e quella di raccontare per fare in modo che tutta l’Italia si unisse a loro. Eravamo davvero voce di quelle persone e, per giunta su due frequenze diverse, unite per lanciare insieme quel messaggio.

In seguito spesso mi è capitato di avere ospiti ai nostri microfoni persone che altrimenti difficilmente avrebbero potuto farsi sentire, gente che aveva qualcosa da far sentire più ancora che da far vedere. Adesso che, col web, la Radio è ascoltata ovunque ed anche un’emittente comunitaria come la nostra può arrivare davvero da tutte le parti riscontro quanto persone lontane dalla propria terra si sentano ad essa vicina o sentano la propria vicinanza a temi che per loro sono di elevato interesse e che li toccano nel profondo. Ha scritto Audrey Azoulay, Direttrice generale dell’UNESCO: “Attraverso la libertà che offre, la radio è quindi un mezzo unico per promuovere la diversità culturale. Questo è particolarmente vero per le popolazioni indigene, che possono trovare media accessibili alla radio per condividere le loro esperienze, promuovere le loro culture, esprimere le loro idee nelle loro lingue. Questo è anche il caso delle radio comunitarie che trasmettono le preoccupazioni di molti gruppi sociali, le cui voci, senza la radio, sarebbero molto meno nel dibattito pubblico”. Io, nel mio piccolo, posso dire di averlo sperimentato.

Massimiliano Spiriticchio

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