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Il vento poetico di Ada…

lunedì, Luglio 8, 2019
Il vento poetico di Ada…

L’articolo di questa settimana nasce in maniera istintiva. Immaginatevi un pomeriggio estivo dove il caldo sembra avere la meglio, un invito ad una presentazione di un libro di poesie a cui non hai potuto partecipare, che continua ad impadronirsi dello schermo del pc(oramai anche gli inviti si avvalgono della Rete). Ed ecco che un’idea prende forma… Nello specifico è come se vi portassi a casa l’anima della raccolta: Il Vento di Marte(Edizioni Tracce) di Ada Pianesi Villa. Capirete cosa intendo esattamente con la parola anima leggendo il tutto.

Scrive nella bellissima Prefazione del libro (che riporto integralmente), Giovanni D’Alessandro:

C’è un antico modo verbale greco scomparso da secoli nella nostra lingua ed è stata una perdita per l’anima e per la cultura: è l’ottativo, dal latino optare, cioè auspicare, esprimere un desiderio o una speranza. E non solo: anche bramare, lanciare un grido o levare una preghiera per invocare qualcosa.
L’ottativo è il modo verbale della mancanza. È il modo verbale della tensione dello spirito verso quella dimensione, che alcuni dicono ultraterrena, di pienezza d’una identità la quale non sarà mai più priva o mancante di alcunché, quando avrà raggiunto la “disiata forma vera”, per dirla con Petrarca.
Il verbo desiderare in latino conteneva questo nucleo di carenza e di compensazione. Desiderare significava primariamente “sentire la mancanza”: le parole diu desiderata, riferite a una Lesbia o a una Cynthia, al tempo di un Catullo o di un Properzio, più che una pulsione erotica indicavano l’assenza, a lungo e dolorosamente avvertita, della donna amata. Concetto di filosofia aristotelica, dunque, dall’altissima valenza poetica, questo dell’ottativo di compensazione, che in età medievale, poi umanistica e rinascimentale si sarebbe riversato nella poesia, attraversandola da Dante a Petrarca, da Ariosto a Bembo; concetto anche indifferente a una impossibilità di raggiungimento di ciò che si aspira ad avere, senza per ciò attenuarsi, anzi: tanto maggiore coscienza vi è della non conseguibilità di esso, tanto più forte prorompe l’ottativo.
Perché se ne parla a proposito del libro di poesia di Ada Pianesi Villa Il vento di Marte che vede la luce, per le cure di Ubaldo Giacomucci, nella collana Anamorfosi di Edizioni Tracce?
Perché un anelito di desiderio e una preghiera di conseguimento percorrono, come linfa vitale, la radice della sua poetica:

“Un canto gentile/salirà nell’anima/ saziando la speranza”. “Cerco la tua presenza/- non rispondi -/ti ho scongiurato/d’alleviare/questo alterato silenzio/senza sguardi/mentre i nostri minuti/scivolano incolori/senza esitazioni/né sodalizi/smarriti/lungo gli oscuri/anfratti/di una memoria guasta/mendicando rimasugli/d’amore”.

È una poesia felice, nell’espressione e nelle immagini, quella di Ada Pianesi Villa. Ed anche consapevole di esserlo, in apparentemente autoironiche o divertite prove, che sono autentici pezzi di bravura, come questa sui tempi verbali e la sintassi:

“Preferisco credere all’infinito/ piuttosto che all’imperativo/non amo frasi avversative/sono intoppi necessari/cedono risorse/e prigioniera la lingua/si arrabatta/tra ausiliari e indicativi”. O nella poesia dedicata allo scirocco, foriero d’acqua che genera una rivisitazione della dannunziana pioggia nel pineto in forma di girotondo. “Il vento di scirocco/soffia sui panni stesi/sui pensieri appesi/sul varco attivo/sui passanti ignari/soffia lo scirocco/sui sorrisi vivaci/sui capelli laccati/sui saldi in vetrina/soffia e scompiglia/gli amori sfioriti/i segreti svelati/i baci scambiati/soffia/sui titoli di coda/sui titoli in borsa/sui luoghi comuni/su quelli in comune implacabile soffia/soffia a rotta di collo/sulle rose dipinte/sui codici a barre/sulle poltrone e i sofà/gagliardo si infiamma/si infrange/travolge/oscilla/ci illude/sconvolge/sFinisce/la favola bella/… tutti giù per terra!”. O nella scherzosa descrizione di sé in termini di alimentazione (con qualche eccesso di gola), quasi in omaggio all’anglosassone canone dell’ “you are what you eat”, si è quel che si mangia – “Devo scendere a patti/col mio cervello/ impegnato/ a correre rischi/tra bombe alla crema/e caffè rinunciare alle solanacee/- che poi sono le più gustose -/scegliere/pane azzimo e zucchine/ per la pressione sai/una vera panacea/e il sale poi/te lo puoi scordare/come diceva Totò/- ‘Occhio malocchio/corno bicorno/aglio fravaglio/prezzemolo e finocchio’- questo funziona/è accertato,/chi mi conosce lo sa:/io credo in BIO”.

La poesia di Ada Pianesi Villa meriterebbe molte parole e citazioni in più, sennonché il riportarne altre in una nota di presentazione le estrarrebbe, o meglio le astrarrebbe, dalla magia del loro scintillare, risaltando sul bianco della pagina, che deve essere lasciato ai lettori di godere.
Come dunque congedarsi da loro e congratularsi con la poetessa, se non con un grumo dei suoi ultimi versi, in cui c’è quello che dà titolo alla raccolta e dove la sua voce si fa forse più commossa, come in un (transitorio) commiato?
“Io sarò nel vento/ nel vento di Marte/scorrerò nel tempo/in forme diverse”.

Le poesie di Ada, aggiungo io, hanno una vita propria, istintiva, dirompente all’occorrenza, ed è anche per questo motivo che ho scelto d’intervistare l’autrice(a proposito di anima). Sicuramente ne rimarrete piacevolmente sorpresi, come la sottoscritta:

Il Vento di Marte, è il titolo di questa tua ultima raccolta. C’è un motivo particolare che ti ha spinto a fare
questa scelta?

Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

Come definiresti la tua poesia?

Qual’è il messaggio che questa tua ultima fatica letteraria porta con sè?

È corretto definirti un’artista a tutto tondo?. Te lo chiedo perchè oltre ad essere una poetessa, sei anche una pittrice apprezzatissima.

Annapaola Di Ienno

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