Il Gusto Della Scienza La Buona Scienza Scienze

Il Dna, l’Alzheimer e quella scoperta sulle cellule più vecchie portatrice di speranza…

giovedì, Maggio 23, 2019
Il Dna, l’Alzheimer e quella scoperta sulle cellule più vecchie portatrice di speranza…

Abbiamo raccontato spesso su queste pagine online di progressi della scienza e, in particolare, della medicina. Abbiamo parlato di assistenza sanitaria e dell’importanza di una rete sanitaria e sociale che supporti in modo realmente efficace i malati e le loro famiglie. In quest’ultimo periodo ci stavamo concentrando proprio su questi temi, con approfondimenti sulla sanità come servizio pubblico, editoriali sulla necessità di assicurare un servizio davvero efficiente anche tramite un adeguato trattamento dei lavoratori del sistema sanitario ed articoli sulla lotta contro una patologia veramente dura da affrontare per chi ne soffre, come il morbo di Parkinson. Non prevedevamo però che, proprio in questo periodo, saremmo stati raggiunti da una notizia portatrice di speranza che riguarda un’altra malattia, spesso associata al Parkinson sia perchè inserita tra le patologie neurodegenerative, sia perchè terapie e medicinali usati per combatterla sono in parte simili, sia perchè queste due malattie sono spesso messe a confronto anche per far capire quanto siano diverse le modalità di gestirle da parte di coloro che assistono chi ne soffre. Stiamo parlando del morbo di Alzheimer e della notizia che è stato scoperto il meccanismo del cervello che lo scatena. Chiunque abbia a che fare con un malato di Alzheimer sa bene che i sintomi di questa particolare patologia sono tutt’altro che semplici da gestire. A dare una definizione del morbo in questione è l’Osservatorio Malattia Rare, che così lo descrive: “L’Alzheimer è uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali, che comporta una serie di difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività, in quanto colpisce sia la memoria che le funzioni cognitive, e questi si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare. Inoltre può essere causa di stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale”. Lo stesso Osservatorio sottolinea che esso “prende nome dal neurologo tedesco che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta, colpisce circa il 5% della popolazione sopra i 60 anni e si manifesta inizialmente con una progressiva amnesia, prima sulle piccole cose, fino ad arrivare a non riconoscere nemmeno i familiari e ad avere bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici”. Queste poche righe bastano per capire la gravità di questa malattia che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce al momento 44 milioni di persone, che potrebbero diventare 135 milioni nel 2050.

Non è dunque cosa da poco quanto accaduto in questi giorni negli Stati Uniti, grazie al lavoro di un gruppo di scienziati dell’Istituto Van Andel coordinati dalla dott.ssa Viviane Labrie. Certo va detto subito che la comunità scientifica è al lavoro per verificare quanto emerso dalla loro ricerca, che prima di poter dire che si sono trovate le cause dell’Alzheimer dovremo aspettar diverso tempo e che ancora di più dovremo attenderne per una terapia in grado di curare del tutto questo terribile morbo. Eppure tutto ciò non riduce l’attenzione nei confronti di questo studio, grazie al quale esiste quantomeno la concreta possibilità di fare un deciso passo in avanti verso l’individuazione di ciò che provoca l’Alzheimer: i ricercatori americani hanno infatti individuato alcune dinamiche che spiegano il meccanismo attraverso il quale le cellule del cervello di chi è colpito da questa malattia invecchiano, provocando vuoti di memoria e difficoltà di movimento e di altro tipo. Il loro studio mette in evidenza che, nei pazienti in cui si innesca questo meccanismo, il cervello inizia a perdere più rapidamente le sequenze di Dna che modulano l’attività dei geni e che lo mantengono giovane. Nello stesso tempo viene accelerata l’attività dei geni coinvolti nella formazione delle placche tossiche per i neuroni. I ricercatori hanno studiato delle sequenze di Dna che, a seconda dell’età e dei fattori ambientali, intensificano o abbassano l’attività di un gran numero di geni cerebrali. Hanno, in particolare, confrontato questi interruttori che accendono e spengono i geni del cervello tra individui sani e malati di Alzheimer, osservando in questi ultimi una progressiva perdita di sequenze di Dna nei vari stadi della malattia. Per capire quanto sia importante sapere di questa carenza di Dna bisogna ricordare che una molecola di Dna contiene tutte le informazioni indispensabili per produrre le migliaia di proteine presenti nel nostro corpo: alcune di queste proteine includono gli enzimi responsabili della produzione della melanina, altre hanno funzioni strutturali, altre ancora sono responsabili del nostro aspetto fisico. La carenza di Dna scoperta dai ricercatori dell’Istituto Van Andel si traduce quindi in una carenza di enzimi e proteine e fa sì che le cellule nervose colpite da questo fenomeno si comportano come se fossero più vecchie.

A spiegare perchè la scoperta fatta in questi giorni è importante è stata la stessa dott.ssa Viviane Labrie, dicendo: “Adesso che abbiamo una migliore comprensione dei fattori molecolari che portano alla malattia potremmo in futuro utilizzarli per individuare nuove possibili strategie terapeutiche”. Dunque c’è davvero una buona notizia perchè un passo importante per combattere l’Alzheimer è stato compiuto, anche ora se ne dovranno fare altri. La ricerca condotta nel Paese a Stelle e Strisce è apparsa su una rivista scientifica che gode di ottima reputazione all’interno della comunità scientifica, per la quale le pubblicazioni non sono semplice opera di divulgazione, ma parti di un percorso che cerca di coinvolgere tutti i ricercatori potenzialmente interessati ad una ricerca in un determinato campo, perchè conoscere i risultati raggiunti da altri significa, per uno scienziato, poterli sottoporre a tutte le prove ed analisi necessarie. Per questo, come accade in questi casi, la pubblicazione è piuttosto complessa e chi volesse cimentarsi con l’inglese scientifico, può fare quanto farebbe un ricercatore, cioè sfruttare direttamente il link all’articolo pubblicato su Nature Communications e leggere quanto i ricercatori stessi hanno messo nero su bianco, per farsi un’idea precisa e cercare di approfondire il tema. Ci si renderà conto, facendolo, di quanto sia complesso ed articolato il lavoro di chi si occupa di malattie tanto delicate per chi ne soffre e si rifletterà ancora una volta su quanto sia necessario davvero apprezzare profondamente ed incoraggiare il rigore scientifico e la prudenza, ma al tempo stesso anche la tenacia e la costanza con cui questi ricercatori vanno avanti nel tentativo di utilizzare risorse intellettuali, culturali, sociali ed economiche di cui sono grandissime l’utilità e l’importanza.

 

Massimiliano Spiriticchio

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked

Acconsento alla conservazione ed al trattamento dei miei dati personali, secondo le regole descritte nella Privacy area di Vortici.it, per inviare questo commento

Instagram @ Vortici
  • Ma le periferie esistono davvero? Forse qualcuno di voi, leggendo il titolo di quest’articolo, ha pensato che la risposta alla domanda in esso contenuta sia scontata. Molto spesso, in effetti, capita di vedere che, nelle nostre città, le zone sono ben distinte, tra quelle più ricche, sicure, colorate e quelle invece più degradate, che appaiono scolorite e povere. Leggi su vortici.it
  • Le giornate d'Autunno alla scoperta di un'Italia bellissima. Leggi su vortici.it
  • Il ruolo della luce nella medicina rigenerativa. Leggi su vortici.it
  • Immagine di Instagram
  • La scadenza del copyright e le sue bellissime conseguenze per gli autori del 900’
Per saperne di più:
http://vortici.it/la-scadenza-del-copyright-e-le-sue-bellissime-conseguenze-per-gli-autori-del-900/
  • Per saperne di più:
http://vortici.it/frodi-tranelli-e-raggiri-sul-web-stopparli-si-puo/
  • Riscaldamento in casa con stufe a pellet? Sì, ma…
Per saperne di più:
http://vortici.it/riscaldamento-in-casa-con-stufe-a-pellet-si-ma/
  • Articolo su antitruffa
Per saperne di più:
http://vortici.it/frodi-tranelli-e-raggiri-sul-web-stopparli-si-puo/

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Utilizziamo i cookie per personalizzare contenuti ed annunci, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il nostro traffico. Condividiamo inoltre informazioni sul modo in cui utilizza il nostro sito con i nostri partner che si occupano di analisi dei dati web, pubblicità e social media, i quali potrebbero combinarle con altre informazioni che ha fornito loro o che hanno raccolto dal suo utilizzo dei loro servizi. Nella nostra privacy Cookie area hai la possibilità di revocare il tuo consenso ai cookies di navigazione in ogni momento. Inoltre, sempre nella privacy cookie area sono illustrati i vari tipi di cookies in dettaglio, oltre alla nostra privacy policy per la sicurezza dei tuoi dati personali ed i tuoi diritti. Acconsenti all'uso dei cookies di navigazione? maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi