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Elbrus, un romanzo fantascientifico – fantastico

lunedì, Febbraio 22, 2021
Elbrus, un romanzo fantascientifico – fantastico

Elbrus, un romanzo fantascientifico – fantastico.

Questa settimana consigliamo la lettura di un interessante romanzo

Decidiamo di farlo poiché lo troviamo stuzzicante nella narrazione(scoprirete il motivo, proseguendo la lettura del presente articolo). È doveroso precisare che il libro non è stato da noi letto ma, il materiale ricevuto, ci ha coinvolto abbastanza e il fatto che vogliamo provare a presentarvelo significa che lo riteniamo idoneo ad avere la dovuta attenzione e credeteci, non ci capita spesso…

Marco Capocasa, uno degli autori, è un antropologo molecolare dell’Istituto Italiano di Antropologia  e si occupa di diversità genetica umana e di problematiche etiche della ricerca antropologica e biomedica.

Oltre alla ricerca scientifica, la sua grande passione è la fantascienza e ha pubblicato recentemente, insieme a Giuseppe Di Clemente, questo suo primo romanzo  intitolato: Elbrus(Armando Curcio Editore). Scrivere a due mani, non è facile e richiede un impegno maggiore ed è stata anche questa modalità ad attrare la nostra attenzione, oltre l’argomento trattato.
In Elbrus il riscaldamento globale sta producendo ormai effetti devastanti, tanto da compromettere seriamente la sopravvivenza dell’umanità e di tutte le specie animali e vegetali del pianeta Terra. Nel costruire questo scenario, gli autori si sono basati sui risultati dei più recenti studi di climatologia. Se il riscaldamento globale è il tema che fa da sfondo al romanzo, la sua trama è invece legata a doppio filo ai progressi della genetica e della genomica umana. In particolare, hanno guardato allo sviluppo delle biotecnologie e dei più moderni metodi di manipolazione genetica.
L’argomento è sicuramente non comune e forse per chi sta leggendo ora, potrà apparire distante anni luce, ma come ben sapete alla nostra redazione piace non solo esplorare ma, anche viaggiare, in questo caso con la fantasia e romanzi simili lo permettono!

Anno Domini 2113. La Terra è al collasso. I cambiamenti climatici prodotti dal riscaldamento globale hanno determinato nuovi equilibri geopolitici. Il sovrappopolamento e le migrazioni di massa verso i paesi “non più freddi” sono parte di un problema più esteso: l’imminente scarsità di risorse che permettano il sostentamento del genere umano nel prossimo futuro. L’esplorazione spaziale ha fallito nel suo obiettivo fondamentale, la fondazione di colonie autosufficienti dove l’Uomo del futuro potesse emanciparsi. Gli ostacoli non sono quelli dovuti alle tecnologie disponibili, ma alla natura stessa della specie umana. Ma la soluzione è dietro l’angolo e viene da un altro sistema solare, dalle cui profondità siderali, decine di anni più tardi, un messaggio risveglierà il Viaggiatore e con lui tutti i suoi simili.

Vi proponiamo un lungo estratto del Primo Capitolo di cui volutamente non abbiamo apportato ulteriori tagli, per non saltare alcuni passaggi… Vi consigliamo, se lo preferite, una lettura graduale del medesimo, per focalizzare meglio situazioni e protagonisti.

Eccola l’arroganza dell’uomo che erode gli equilibri che la natura ha costruito in milioni di anni, a opinione di molti l’ennesimo sopruso, un abominio di leghe di metallo.

Primo capitolo:
I

A.D. 2155

“Oddio!”, mormora una signora con un filo di voce rotta dall’emozione. Le teste rivolte all’insù di tutti i passanti, man mano, imitando i presenti, individuano cento metri più in alto un pazzo a passeggio sull’orlo del tetto di un palazzo. Gli agenti di polizia hanno iniziato a delimitare un’area di sicurezza nel tratto dove potrebbe precipitare l’uomo. Altri, insieme al personale medico specializzato, hanno imboccato l’ascensore che in pochi secondi li porterà sulla terrazza dell’edificio.
L’ascensore corre silenziosamente e un sibilo fischia nella mente ovattata dal silenzio e dalla tensione. Le modalità di intervento sono già state concordate in un veloce briefing. Gli uomini escono con passo svelto sull’ampia terrazza, da lassù, uno dei punti più alti di Tallinn, si vede tutta la parte meridionale della città. Un vecchio ponte di metallo arrugginito, ormai in disuso, spezza il verde del paesaggio intorno all’isolato. Il cielo cupo e la pioggia incessante completano il quadro di questo primo pomeriggio nel distretto di Nõmme. L’uomo sul cornicione si muove con andamento incerto. Sui trentacinque, ben vestito ma in disordine, ha il viso stravolto e gli occhi sbarrati come fosse in preda al panico. Parla da solo con voce troppo flebile e ciò che dice è trascinato via dai continui refoli di vento. I poliziotti con prudenza si allargano a ventaglio, mentre lo psichiatra e i tre infermieri puntano dritto al paziente. Il suo volto, di carnagione chiara, è scavato da rughe profonde che dànno forma alla sua sofferenza e gli occhi verde acqua, un pelo sporgenti, sono lucidi e oscillano incessantemente, incapaci di accettare quello che vedono. Passa le mani prima fra i capelli arruffati, poi le porta avanti e disegna cerchi nell’aria, muovendo le braccia gesticolando per comunicare qualcosa. Lo psichiatra si avvicina ulteriormente, mettendosi un poco di lato per farsi notare senza spaventarlo. Vuole scongiurare reazioni improvvise che potrebbero fargli perdere l’equilibrio. Così, per le stesse ragioni, non è ancora possibile sparargli un siero per sedarlo, né tentare di imbrigliarlo per essere certi che non precipiti. Il medico cerca lo sguardo del caposquadra, ma il poliziotto gli fa un cenno negativo con la testa. Di sotto ancora non sono pronti. Bisogna prendere tempo. “La Dama ha parlato, è pronta, il passaggio sta per avvenire, e lei tornerà a far parte del tutto”, sussurra appena l’uomo.

“Chi è questa Dama di cui parli?”, gli chiede il medico, usando un tono di voce sommesso quanto il suo.
Nell’auricolare il medico riceve finalmente informazioni sul soggetto da trattare dalla Centrale Operativa Mobile. Attraverso la microcamera installata sui suoi occhiali la Centrale Mobile, posizionata per l’occasione ai piedi del palazzo, ha identificato la persona inquadrata. Qualche altro istante e il medico vede proiettate sulle lenti tutte le informazioni sull’individuo necessarie per stabilire un contatto.
“Andrus, ti ascolto con piacere, se hai bisogno di aiuto sono qui”.
“La Dama l’ha detto al viaggiatore…”, e fa un passo incerto, oscillando sull’orlo.
Tutti trattengono il respiro, ma l’uomo rimane in piedi e recupera una posizione stabile.
“Possiamo chiamare questa Dama, se può farti piacere”. Ma Andrus continua a guardare avanti a sé, verso l’orizzonte sfumato dal mare.
“Perché vi sento, non sono le mie mani… facce che si ripetono, sto impazzendo”.
Tiene la testa fra le mani e i capelli raccolti fra le dita strette disperatamente. Si lamenta come se gli dolesse il capo, lo scuote e torna a battere sulle tempie, poi con le mani fa per spazzare via qualcosa davanti a sé.
Abbiamo un ospite”, tramite auricolare il caposquadra avverte tutti i presenti.
L’uomo, un tipo magrolino dalla testa tonda e i capelli corti, sentendosi addosso lo sguardo dei poliziotti si affretta a riporre un apparecchio nero che impugna nella direzione del pazzo e ad esibire il distintivo tondo della stampa. Uno dei poliziotti gli si avvicina, dà un’occhiata al distintivo stampa dell’Eurasia e alla tessera di identificazione e accerta che sia effettivamente un accreditato.
“Non possiamo cacciarti via, ma non azzardare a muoverti da qui o stanotte la passi in cella”, gli intima il poliziotto.
Il giornalista annuisce con deferenza, poi riprende in mano il dispositivo nero e lo punta nuovamente.
Intanto ogni tentativo dello psichiatra va a vuoto. Andrus è in stato di trance, non percepisce attorno a sé nient’altro che quelle che a questo punto paiono essere pure allucinazioni. Le frasi sconnesse si ripetono e si arricchiscono di dettagli illogici e parole incomprensibili. Lo psichiatra chiede immediatamente lumi alla Centrale e da lì riceve conferma che non sta usando alcun idioma conosciuto.
Finalmente arriva l’ok dal basso, i poliziotti danno il segnale e lo psichiatra, vedendo fallito ogni tentativo di instaurare uno straccio di dialogo, acconsente alla sedazione forzata. Il cerchio degli agenti fa un passo avanti, convergendo verso Andrus. Il medico e gli infermieri indietreggiano, risucchiati dalle maglie degli uomini in divisa in lento e costante avvicinamento. Le armi spianate hanno più soluzioni di tiro e il caposquadra opta per una sedazione controllata, fa un gesto convenzionale e i colleghi si piantano. I due designati calibrano il tiro e attendono l’ordine. Andrus è immerso nel proprio delirio e avanza incerto. Continua a pronunciare frasi incomprensibili, sorridendo e distendendo i tratti del viso fino a poco prima rigati da pesanti lacrime.
“Tirate!”.
Il proiettile sedante colpisce Andrus al centro del gluteo sinistro e penetra la carne, arrestando così la propria corsa e rilasciando il liquido. Ma il laccio di sicurezza viene sparato dall’altro poliziotto con colpevole ritardo. Andrus, colpito al gluteo, si porta d’istinto la mano sul fianco, spostando repentinamente il proprio baricentro a discapito dell’equilibrio. Il laccio gli arriva addosso all’altezza del torace, ma non lo avvinghia come dovrebbe, stringendosi malamente attorno al tronco. Il poliziotto tenta lo strappo per trattenerlo, ma il laccio non si chiude e non lo trattiene. Altri lacci di sicurezza vengono sparati precipitosamente dai poliziotti, ma in ritardo.
Andrus mette un piede nel vuoto e scompare, accompagnato dalle urla dei passanti che, moltiplicandosi, crescono fino a divenire un unico grido di terrore.

                                                  ***
L’orizzonte ha le tonalità del porpora e le linee delle creste montuose sfumano nel cielo terso. La notte incombe e una manciata di stelle fra le più luminose s’affaccia timidamente. Lubomìr camminando sente sotto i piedi nudi il conforto dell’erba compatta. Una strana leggerezza lo domina, eppure non riesce ad andare oltre. Alza lo sguardo e tre lune parzialmente visibili arredano la volta sempre più buia e costellata di astri. Si gira per scrutare l’orizzonte, in lontananza intravede, nell’oscurità della sera, sagome di persone disposte in cerchi concentrici. Si abbracciano e mormorano qualcosa che non riesce a cogliere. Vorrebbe avvicinarsi ma ne ha paura. Di  lato, strane case fagocitate dalla natura e tutto intorno un bosco primordiale, il cui brusìo racconta di esseri viventi in perenne movimento. Non conosce quelle persone, non sa chi siano, non ha nemmeno idea di dove si trovi in quel momento. Chiude gli occhi. Li chiude forte fino a sentire male alle palpebre. Sente fluire il sangue caldo, pulsare il cuore e rallentarne il battito. Tutti i suoni che poco prima percepiva ora iniziano a scemare e il vociare della cerchia cessare. C’è solo silenzio, ora. E la sua vita che scorre, crede di sentirla per la prima volta. Crede di sentirla in modo nuovo.
Apre gli occhi.
Davanti a sé c’è un uomo vestito di bianco in una stanza arredata in modo spartano e piuttosto neutro. Un letto diagnostico con sopra un altro uomo completamente svestito e sospeso. Li osserva, ma anche questa volta non chiede loro nulla. Continua ad osservarli come ha fatto in passato. Il primo, si direbbe un medico, interviene su un pannello di controllo dove simboli non comprensibili cambiano colore e forma, mentre l’uomo sospeso viene avvinghiato da sensori e penetrato da aghi, girato su se stesso, chiuso in un cilindro trasparente e immerso in un liquido dai tenui riflessi rossastri. Spasmi lo percorrono ma dal cilindro non può uscire, né riprendere coscienza. Lubomìr avverte un senso di nausea. In quella scena percepisce un’inquietante forma di violenza. Guarda il medico e poi guarda l’uomo nel cilindro. Sembrano la stessa persona. Ha intenzione di chiederglielo, maledizione! Stavolta prenderà il coraggio a due mani e lo farà! Ma il medico si gira, lo fissa negli occhi e avanza verso di lui. Lubomìr è preso in contropiede e non sa cosa fare e quando il medico gli passa attraverso sente una frizione dolorosa, la sferzata di mille lame. Vorrebbe urlare dal dolore ma sta già meglio. Si rilassa. Si gira e lo segue. La porta dà sull’esterno ed esce. Un suolo di roccia irregolare ma pianeggiante sfuma nell’oscurità in ogni direzione. E dal fondo emerge qualcosa. Una fila di figure perfettamente in linea, saranno decine e decine, avanza lentamente e in armonia. Non si fida. Vuole fuggire ma non c’è più la porta, non c’è più niente, solo una porzione di roccia immersa nell’oscurità e tutto intorno uomini vestiti allo stesso modo che avanzano da ogni direzione formando un anello più stretto, e ancora, e ancora. Hanno tutti la faccia del medico, e tendono le mani arrivando a toccarlo.
Lubomìr respira affannosamente seduto sul letto. Si guarda le mani. Tocca le lenzuola timidamente e scruta fuori dalla finestra. Si lascia andare nuovamente all’indietro, respirando profondamente, asciugandosi con l’avambraccio la fronte madida di sudore. Butta un occhio sulla mensola accanto al letto, dove il contenitore delle pasticche fa il paio con un bicchiere vuoto. Inutili! Gli incubi non cessano, anzi, peggiorano di intensità e ogni giorno si sente maggiormente provato nel fisico. D’istinto si alza e abbandona il letto, sempre più luogo del suo strazio. Scalzo sul pavimento gelido va in bagno e lì, davanti allo specchio, si fissa sul proprio riflesso. Scruta ogni angolo del suo volto come se non si riconoscesse. Fa questo ogni mattina e tutte le volte è la stessa storia nella sua testa: il pensiero di un giovane uomo che si vede vecchio e triste. La barba di qualche giorno conferisce trascuratezza al viso scavato dallo stress. Gli occhi grigi, incassati in piccole orbite, sono velati di una cronica apatia e risaltano appena a causa delle inconsistenti sopracciglia, sovrastate da un’ampia fronte incorniciata da neri capelli mossi fino alle spalle.
Sono le cinque e venti del mattino. Ancora una notte è trascorsa all’insegna della massacrante lotta col suo inconscio. È troppo presto per recarsi al lavoro, ma ha bisogno di prendere aria. Restare lì non l’aiuterà.
Lubomìr esce dal suo appartamento al quinto piano di un palazzone della periferia est della città, la quintessenza dell’architettura sovietica. In quegli edifici hanno vissuto le famiglie meno abbienti di Tallinn, ma negli ultimi anni questi palazzi vecchi di centocinquant’anni, spesso fatiscenti, sono andati inaspettatamente in voga fra liberi professionisti e intellettualoidi per il loro aspetto vintage e monolitico. Così i prezzi si sono impennati e ottenere un alloggio in quei complessi residenziali è divenuto proibitivo per la massa. Una buona parte è rimasta sfitta e sommariamente si ha la sensazione di un luogo disabitato. Un vero controsenso alla luce della crisi degli alloggi che la città e in generale tutto il nord del continente europeo sono costretti a fronteggiare. Nello stabile di Lubomìr vive così poca gente che di rado ha occasione di scambiare un saluto con qualcuno.
Prende l’ascensore. Strani cigolii accompagnano la fastidiosa intermittenza della difettosa lampada al suo interno.
“Andrebbe riparato questo catorcio”, pensa.
Eppure lo preferisce alle scale, ai loro gradini stretti e scivolosi, sempre bagnaticci e sporchi di terra, e all’odore di muffa che impregna le pareti di tutto l’edificio. Una volta in strada decide di non prendere mezzi pubblici. L’ufficio non è così lontano e una lunga passeggiata non può che giovargli. Si incammina per le vie laterali. L’oscurità è unicamente attenuata dalle rade luci degli appartamenti davanti allo specchio, si fissa sul proprio riflesso. Scruta ogni angolo del suo volto come se non si riconoscesse.
L’oscurità è unicamente attenuata dalle rade luci degli appartamenti di abitanti mattinieri. Di notte Tallinn è nella morsa delle tenebre. La grande crisi economica dei decenni precedenti si fa sentire come nel resto del continente. L’illuminazione pubblica è spenta da tempo e la gente non sembra più nemmeno farci caso.
Una volta superato il primo incrocio, Lubomìr viene improvvisamente colpito da una fortissima fitta alla testa, un dolore lancinante e diffuso. Cammina barcollando fino al marciapiede opposto. Nei pressi c’è una caffetteria e a fatica vi si trascina dentro, lasciandosi cadere su un divanetto posto accanto alla porta d’ingresso. È talmente sofferente da non accorgersi di una solerte cameriera che subito si avvicina per prendere l’ordinazione. Quando gli viene offerto il menu dissimula a fatica il dolore, indicando col dito e con stentata fermezza un caffè espresso italiano.
“Porca troia…”, blatera sommessamente mentre si massaggia le tempie, digrigna i denti e strizza gli occhi. Avverte nella testa una pressione insopportabile e sente il sangue pulsare incessantemente.
Poco dopo il caffè è sul tavolino vicino al divanetto, scotta da morire ed emana un odore acre, pungente. Più concentra lo sguardo sulla tazzina, più si rende conto che la sua vista è sgranata e non riesce a mettere a fuoco quasi nulla. In compenso sente crescere e amplificarsi il vociare proveniente dagli altri tavoli, ma senza poter distinguere nemmeno una parola. Un chiacchiericcio incessante di uomini e donne che parlano e ridono in modo incomprensibile, una confusione che nella sua testa monta a dolore. Non comprende nulla, come se parlassero una lingua a lui ignota.
Pian piano la vista migliora. Ora distingue bene i contorni della tazza del caffè, quindi si guarda intorno e osserva i numerosi tavolini e, in fondo, il bancone del bar: non c’è nessuno, è l’unico cliente. Il chiacchiericcio persiste ma è meno intenso. Quei borbottii incessanti diminuiscono di intensità man mano che Lubomìr riprende piena consapevolezza di ciò che ha intorno. Le voci non hanno padroni e non hanno corpo. Sono tutte nella sua testa e vanno scemando, fino a scomparire del tutto.
Un’allucinazione che lo terrorizza a morte, si guarda intorno come se stesse cercando una via di fuga. Indugia, si massaggia ancora le tempie, poi prende in mano la tazzina del caffè e inizia a sorseggiarlo. La testa non pulsa più. La quiete nella caffetteria è tornata e la cameriera si muove per i tavoli buttandogli un’occhiata frequente. Deve aver notato la sua stranezza e non pare ben disposta a riavvicinarsi per servirlo. Lubomìr si rilassa un poco. Il tremolio dalle sue mani è scomparso e ha smesso di sudare. Tira un sospiro di sollievo, finalmente. Sorseggia ancora, il caffè è una vera schifezza, tanto per cambiare. Si regala il primo sorriso della giornata. Lascia il dovuto sul tavolino ed esce.
Lubomìr è un programmatore e lavora per la Drama, una software house che produce videogiochi in Realtà Virtuale, nei quali indossi un casco, una tuta e un paio di guanti pieni di sensori e vai in guerra su un pianeta extra-solare, dimenandoti sospeso su un piedistallo al centro di una stanza e rendendoti ridicolo agli occhi di chi ti guarda. Ma Lubomìr si occupa anche di altro. Alla Drama vengono soprattutto commissionati lavori da società che producono androidi e la realizzazione dell’intelligenza artificiale richiede talenti come il suo. Un misto di ammirazione e invidia per il futuro professionale di Lubomìr è il sentimento diffuso fra tutti i suoi colleghi.
Gli uffici della Drama sono disposti tutti in un seminterrato dove la luce è prevalentemente artificiale. Solo alcuni lucernai dalla forma stretta e allungata, posti in alto subito sotto il solaio, lasciano filtrare un poco di luce naturale e un sottile, quanto astratto, collegamento mentale con l’ambiente esterno. Le pareti bianche rendono tutto asettico, alimentando l’atmosfera ospedaliera dove però a trovare la cura sono le menti artificiali degli androidi.
Il tempo scorre e i suoi colleghi arrivano alla spicciolata sul posto di lavoro. Lubomìr è ancora intimamente scosso dall’allucinazione della caffetteria. Un profondo senso di disagio lo attanaglia e gli procura un continuo e logorante dolore alla bocca dello stomaco. Alzando la testa oltre la sua postazione, cerca il fermento crescente intorno a sé. È sempre stato un uomo affabile, dominato da quel tipo di timidezza che viene camuffata con un’esuberanza un po’ forzata.
Non perde mai occasione per scambiare due chiacchiere con gli altri, con sagace uso dell’ironia e, a volte, con amabile scherno. Ma di questi tempi fa fatica ad essere se stesso e la sua serenità è profondamente minata. Gli incubi ricorrenti e gli stati d’ansia l’hanno condotto sotto terapia farmacologica e, a quanto pare, senza troppo successo.
La normalità di una giornata di lavoro lo aiuta a distrarre la mente dai propri fantasmi. Un paio di progetti nel cuore dello sviluppo, un break più lungo alla tavola calda all’angolo, un cappuccino a metà pomeriggio con Leena il cui sorriso è, forse, l’unica vera medicina in grado di salvarlo dal baratro in questo periodo surreale.
È quasi ora di staccare e un suo collega gli si para davanti.
“Ehi Lubo, dopo andiamo a farci una birra in santa pace, che ne dici? Ti aggreghi a noi?”.
Lo sguardo di Lubomìr è vacuo. Sorride ma, nonostante si sforzi di essere attivo e partecipe, pare assente. Poi all’improvviso si rabbuia. Non ci sta con la testa, e si vede. Le espressioni del viso vanno di pari passo coi suoi pensieri.
“Lubo, ma insomma, mi stai ascoltando?”
“Oddio scusami, ero distratto”, finalmente Lubomìr sembra ritornare lucido. “No grazie, guarda… preferisco tornare a casa, sono molto stanco, non credo di farcela”. Ma poi, qualche istante dopo, vedendola, ci ripensa: “Anzi sì, dai, vengo”.
Verrà anche Leena, con la quale da qualche mese sta flirtando con una certa insistenza. È l’unico respiro di felicità, un vero e proprio farmaco salvavita. È in lei che si rifugia ogni mattina quando si sveglia stravolto dagli incubi. Mai un bacio né una carezza fra di loro, solo parole e sguardi. Piccoli gesti di intesa e di complicità che hanno arricchito le loro chiacchierate sempre più confidenziali.
Potrebbe fare a meno di tutto il resto, ma del suo sorriso proprio no.

                                                     ***

Il locale si trova al Tallinna Sadam, il vecchio porto della città che fino alla fine del XXI secolo aveva rappresentato il principale scalo per la navigazione nel Mar Baltico. Negli ultimi decenni il trasporto delle merci per mare era divenuto progressivamente meno frequente, mentre quello dei passeggeri era stato abbandonato. Le aree dove un tempo sorgevano i capannoni degli armatori erano state riutilizzate per realizzare spazi commerciali e locali, dove oggi oltre cinque milioni di cittadini possono riversarsi per bere e mangiare praticamente qualunque cosa.
Lubomìr è arrivato. La Ale House è aperta e dentro c’è già tanta gente e, anche se la musica ancora latita, l’atmosfera è abbastanza vivace. Il bancone del bar è disposto in fondo a una sala rettangolare disseminata di tavolini e, per arrivarci, ci si avventura in un budello di corpi, sgabelli e divanetti. Le tinte forti con dominanti rosse e nere creano accesi contrasti fra le trame ondulate che arredano pareti e mobilia. Tre suoi colleghi sono già accomodati sugli alti sgabelli coi gomiti poggiati sul bancone e stanno ordinando da bere, ma a lui interessa Leena. Setaccia tutta la sala, fra decine di teste, sforzandosi di scovarla. Leena non c’è. Prende un profondo respiro e pensa positivo: “Arriverà”. Si avvicina così al gruppetto dei suoi colleghi, prende posto accanto a loro e, colte le prime battute, capisce subito che l’argomento in discussione non lo interessa minimamente. Parlano di politica interna.
“Milioni di Spagnoli, Portoghesi, Italiani, Greci e Turchi stanno invadendo il nord Europa e l’Estonia non è stata risparmiata da tutto questo. Qui da noi, a Tallinn, i flussi migratori stanno provocando una trasformazione degli equilibri etnici”, afferma con un pizzico di astio Jaan.
“Ma cosa pretendi? I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti, questa gente cerca un posto dove vivere, cerca un lavoro. E poi questo distretto, Põhja-Tallinn, è sempre stato multietnico, e lo sarà sempre di più. Oggi ormai noi estoni siamo una minoranza, solo uno su tre è estone a Tallinn!”, ribatte Kristjan.
Il dibattito evolve. Si discute anche dell’EASA, com’era comunemente chiamata la European and Asian Space Agency, e dei rapporti di forza di quella che è divenuta la più importante agenzia spaziale del mondo. Lubomìr si fa improvvisamente partecipe e loquace.
“Ma cosa ne sapete voi dell’EASA! Non dà lavoro solo a Tallinn, questi hanno sedi e laboratori in tutta Europa e in Asia. Stanno a braccetto con la NASA”.
“Lubomìr, dai! Sai benissimo che la NASA non è più quella di una volta. La crisi economica americana l’ha trascinata in un baratro finanziario dal quale non riesce più a risalire. I notiziari ci hanno bombardato con questa storia negli ultimi mesi”, ribatte Kristjan.
“Questo è vero. Come è vero che la NASA ha dovuto fronteggiare il problema della concorrenza delle agenzie spaziali private americane, che prima della grave crisi si erano accaparrate i principali servizi di gestione dei satelliti di comunicazione e della Stazione Spaziale Internazionale. Ma è anche vero che l’EASA ha un altro passo, i soldi ce li ha! L’ISS, per dire, non esiste più perché l’EASA l’ha rilevata e si è potuta permettere il lusso di smantellarla e di sostituirla con un’altra, molto più grande ed efficiente”, aggiunge Toomas.
“Stazione spaziale che, chissà perché, ha voluto chiamare ancora ISS”, sottolinea Lubomìr.
“Quelli dell’EASA sono romantici, mica come te che pensi solo alle prostitute giapponesi!”, si intromette Jaan.
Per Lubomìr il discorso è serio e insiste: “EASA e NASA avevano stipulato un patto di condivisione del know-how basato sull’accesso aperto alle risorse, un Gold Open Access Agreement, un accordo che entrambe le agenzie non avrebbero rispettato al cento per cento ma che avevano sbandierato ai quattro venti per dare l’illusione all’opinione pubblica di una loro sostanziale unità di intenti. Ragazzi, non è un gioco quello delle stazioni orbitanti. Da esso potrebbe dipendere il nostro futuro come specie vivente, visto che andare a zonzo nello spazio come esploratori non sembra essere la nostra specialità”.
“Hai ragione Lubomìr. La NASA, anche in crisi nera, è ancora necessaria. Alla fin fine le basi orbitanti di Marte ed Europa sono gestite in condivisione e quando l’EASA ha provato a fare tutto da sola, parlo della base mineraria sulla superficie lunare, ha fallito e ha dovuto chiuderla, dopo averci rimesso un mare di soldi”, dice Toomas.
“La partita però non se la giocano tutta tra di loro. I cinesi! Quelli sì che stanno marciando spediti. Lavorano nell’ombra, come hanno sempre fatto nella loro storia e a loro non interessa la colonizzazione del Sistema Solare, guardano solo all’oggi. A loro interessa solo il profitto e impiegano tutte le proprie risorse nello sviluppo di tecnologie dedicate alla costruzione di stazioni spaziali orbitanti da offrire a quei Paesi che possono permettersele”, sottolinea Jaan.
“Ti riferisci ai moduli POS, vero?”, chiede con enfasi Kristian citando le Planetes Orbital Station. “Sarà anche vero che ai cinesi interessano solo i soldi, ma io ho saputo che oltre al commercio di queste costosissime stazioni orbitali c’è ben altro nella loro strategia. Ho sentito dire che puntano molto più in alto dell’EASA. Puntano ai viaggi extra-Sistema Solare!”, afferma con enfasi Kristjan.
“Sì, è vero, le voci che corrono sono queste, ma io la mia idea me la sono fatta e non la cambio. Anche questa cosa qua, se poi è vera chi lo sa, è una mossa commerciale. Fanno uscire qualche indiscrezione, e intanto ci guadagnano in immagine. Sono malfidato, vero?”, chiosa Lubomìr.
Mentre i programmatori della Drama bevono le loro birre e discutono di dinamiche molto più grandi di loro, sugli schermi che tappezzano tutte le pareti del locale sta andando in onda un notiziario. Le immagini scorrono senza audio e in sottofondo detta il ritmo un martellante brano elettronico. Lubomìr è catturato dai titoli che scorrono nella parte superiore dello schermo e si estrania dalla discussione. Le immagini del notiziario mostrano un uomo che ondeggia sul cornicione di un palazzo e a un tratto perde l’equilibrio. Sul banner un estratto delle frasi sconnesse che il folle avrebbe pronunciato prima di cadere nel vuoto: “La Dama l’ha detto al viaggiatore”, e ancora “Facce che si ripetono, sto impazzendo”.
Lubomìr rimane senza fiato e inizia a tormentarsi interiormente.
“Non può essere! È pazzesco. La Dama! Com’è possibile? E poi, facce tutte uguali, come quelle che mi tormentano incessantemente. Ma che cazzo di storia è questa?!”.
“Ehi bello, guarda un po’ chi sta arrivando…”, lo scuote Jaan.
Lubomìr quasi sobbalza. È irrigidito e ha perso colore in viso.
“Ti senti bene, amico?”
“Sì, certo… Benissimo. Cosa hai detto?”, e mentre tenta di recuperare un contegno decente la vede arrivare. Finalmente Leena.
“Ehi Lubo, hai un aspetto terribile, cosa ti è successo? Sei sconvolto! Capisco… La compagnia è pessima, per non parlare della musica! Ma se non ti andava di venire bastava dirlo”. Leena è fatta così, ti prende in giro pungendo e riesce a farsi voler bene per questo.
La sua leggerezza aiuta Lubomìr a ritrovare la giusta sintonia con il contesto e sul suo viso scompaiono le contrazioni dello stato d’ansia che lo stava per sopraffare.
“Ma no, sto bene, Leena, sono solo molto stanco perché ultimamente ho qualche problema a dormire la notte”.
“Mmh, sarà come dici tu”, gli risponde tagliando corto ma intuisce che ci potrebbe essere qualcosa di più. Senza troppe riflessioni alza il tono della voce per rivolgersi al gruppo: “Va bene, ora si balla!”.
Con l’avanzare della serata il volume della musica si fa sempre più elevato, di pari passo con i battiti per minuto. Lubomìr ha bevuto troppo e inizia a straparlare. Cerca di essere ammiccante con lei, ma si rende quasi ridicolo e scontato. Leena lo conosce e quel modo di fare non gli appartiene. La causa non può essere una semplice questione di sonno. Mentre cercano di muoversi in mezzo a quel carnaio, spinti l’uno contro l’altra da quella massa agitata, Leena gli propone di uscire di là per fare due chiacchiere all’aperto da soli. Lo tira via per un braccio.
“Ragazzi, Lubo non sta bene e non se la sente di guidare, lo accompagno a casa”, dice con disinvoltura agli altri e si allontanano.
È ormai passata la mezzanotte e fuori dalla Ale House c’è un delirio di gente. In quella zona della città le serate non hanno mai fine, i locali restano aperti tutta la notte, i profumi delle diverse cucine si mescolano fino ad essere un tutt’uno. Le strade sono perennemente bagnate dall’umidità del mar Baltico e dalla pioggia che cade frequentemente, un sottile specchio d’acqua che riflette le brillanti luci delle insegne e dei lampioni. L’aria, impregnata dalla nebbia, penetra fin dentro le ossa, alimentata dal freddo pungente delle notti primaverili. Queste condizioni climatiche rappresentano ormai la quotidianità per gli abitanti delle zone polari e sub-polari del pianeta. Il riscaldamento globale era stato largamente sottovalutato dai governi e dalla stessa opinione pubblica e aveva iniziato a compromettere seriamente la sopravvivenza dell’uomo e delle altre specie viventi. La temperatura media del pianeta era aumentata di sei gradi Celsius negli ultimi centocinquanta anni a causa delle emissioni selvagge di gas serra, della deforestazione e delle pratiche di allevamento intensivo. Quest’incremento termico aveva provocato un significativo innalzamento del livello dei mari e lo scioglimento di gran parte delle calotte polari. Così, in un’infinità di luoghi in tutto il mondo, era stato necessario costruire monumentali infrastrutture per preservare lunghi tratti di costa dall’avanzamento dei mari. Fra gli interventi più significativi, grazie ai materiali più avanzati e alla moderna ingegneria, era stata realizzata la Barriera del Nord lungo il tratto di mare che separa il Mare del Nord dal Mare di Norvegia, uno sbarramento protettivo alto circa venti metri, largo trenta e lungo centinaia di chilometri, sul quale era stato istituito il corridoio aereo per i veicoli privati che collegava tuttora la Scozia, passando per le sue isole a nord-est, e la Norvegia nel tratto di costa sopra Bergen. Altre barriere fra gli stati di Gran Bretagna, Irlanda e Francia avevano garantito una cinta protettiva in grado di lasciare quasi inalterato e costante il livello delle acque in tutto il Mare del Nord e il Mar Baltico.
Lubomìr e Leena passeggiano uno di fianco all’altra laddove una timida nebbia lascia intravedere l’ombra del mare in perenne agitazione. Non è un granché romantico, ma in loro quell’atmosfera infonde comunque una certa suggestione. Si sbirciano in un sottile gioco delle parti, mentre i loro volti sono illuminati di tanto in tanto dai fari delle automobili che si avventurano nei meandri del porto. I loro corpi sono sempre più vicini e si sfiorano ripetutamente, fin quando la distanza appare annullarsi definitivamente. Leena prende l’iniziativa afferrando la mano di Lubomìr e un fremito percorre le sue dita.
Lubomìr le sorride ma non apre bocca, la guarda negli occhi e una parte di sé vorrebbe baciarla. Ma è incapace di andare oltre il desiderio e dare corpo a quel fuggevole momento di intimità. L’incantesimo svanisce. La nebbia, le luci, il costante gorgoglio del mare irrequieto, tutto torna alla sua normale essenza. Le loro mani si allontanano e la mente di Lubomìr è già altrove, lontano da Leena e dalla perduta complicità.
I due prendono la macchina e in pochi minuti si ritrovano nel centro della città. Passano vicino alla chiesa di San Nicola e si dirigono nel distretto di Lasnamäe, dove abita Lubomìr. Quando si ritrovano nei pressi della porta d’ingresso, alcuni istanti di prolungato silenzio sfociano in un lungo e caldo abbraccio che sa di conforto e di comprensione. Lei gli carezza le guance con entrambe le mani e lo guarda fisso negli occhi, senza dire nulla. Non servono parole, non occorre aggiungere altro. Il bacio sulla guancia a ridosso della bocca è dolce e delicato e racconta di un sentimento che sta crescendo. Ma, com’è già accaduto, Lubomìr consapevolmente fa scivolare via qualche secondo di troppo e Leena fa un passo indietro. Un largo sorriso ammiccante e via verso la macchina. Lui la guarda allontanarsi a passo lento, ancheggiando appena con fare sensuale. Dentro di sé si dà dell’imbecille.
Sono le quattro e mezza del mattino. L’auto di Leena è appena filata via e, chiusa la porta di casa, Lubomìr è già insofferente. Quell’abbraccio dal quale non avrebbe mai voluto sciogliersi lo aiuterà ad affrontare l’ennesima notte di incubi. Un incipiente terrore gli morde lo stomaco. È un vero spasmo emotivo passare dal bacio di Leena, capace di nebulizzare ogni sua pena, a quel peso enorme e sconosciuto che lo sta schiacciando nonostante i farmaci assunti. Presto dovrà tornare dal medico e informarlo che la terapia è inefficace.
Mentre gira per casa aspettando l’alba, rovista in cucina e si procura qualcosa da sgranocchiare davanti alla televisione. Una carrellata veloce, ma niente cattura la sua attenzione, fin quando incappa nel canale tematico di informazione, dove a rullo continuo giorno e notte danno aggiornamenti e ancora ribattono la notizia del tentato suicidio nel distretto di Nõmme. Il servizio trasmesso sembra più articolato e ricco di particolari rispetto a quello stringato che aveva intravisto nella Ale House. Il tizio non è morto. Le immagini di un campo magnetico di recupero piazzato alla base dell’edificio e la caduta del potenziale suicida sono impressionanti. Il morbido atterraggio sospeso a poco più di un metro da terra è da cineteca. Alle poche immagini dell’evento hanno accodato quelle di repertorio del personaggio in questione. Un giornalista fuori campo snocciola informazioni.
“Si chiama Andrus Sokolov ed era ancora delirante quando è stato ricoverato nel reparto neuropsichiatrico del Polo Ospedaliero Unico di Tallinn. Una sequela di affermazioni confuse: persone disposte in cerchi concentrici in foreste lontane, centinaia di sosia che affollano la mente, una mistica dama che sussurra cose di un viaggiatore, e via scorrendo”.
Poche parole ancora e il notiziario passa a un altro servizio. Mentre le immagini indugiano su un nuovo spettacolo teatrale multimediale che sarebbe andato in scena al Teatro Russo di Tallinn, le frasi di Andrus che il giornalista ha ripetuto non hanno fatto altro che scuotere ancora una volta Lubomìr. “Le analogie sono troppe”, pensa, “Questa cosa è inquietante, sembra quasi la cronaca dei miei incubi! Ma com’è possibile?!”. Lubomìr crolla sul divano, distrutto dalla confusione dei suoi pensieri e dalla paura. Intanto sta albeggiando, ha ripreso a piovere e la vita intorno riparte dai suoi riti quotidiani.

                                                                ***

Di tutte le cose, spesso lo si sente dire, si apprezza l’importanza solo quando si perdono e Lubomìr non ha mai apprezzato così tanto il sonno. Gli incubi sono stati ancora più intensi, ricchi di particolari e terribilmente realistici. La Dama questa volta lo ha portato con sé in un mondo lontano e sovrastato da un altro cielo. Gli ha indicato un punto preciso fra gli astri e gli ha sussurrato cose incomprensibili con una dolcezza tale da farlo sentire avvolto da un totale senso di pace. Poi lo scenario è cambiato. Era sulla superficie lunare a bordo di un rover. Indossava una tuta tecnica ma senza casco. Accanto a sé c’era un altro sé, non avrebbe detto un altro uomo che gli somigliava, piuttosto un altro Lubomìr di cui poteva sentire i pensieri e le emozioni. Il rover andava e giungeva presso una stazione. La rimessa aveva dimensioni discrete, ospitava altri veicoli identici e dava accesso a una camera di pressurizzazione per l’ingresso alla base. Lungo i corridoi andavano e venivano gli occupanti, tanti altri Lubomìr che non si stupivano di trovarlo lì. Era disorientato, come fosse in un labirinto di specchi nel quale, ovunque si voltasse, vedeva se stesso. Il panico lo assaliva lentamente e senza scampo. Ed era allora che si era svegliato.
È il suo giorno di riposo e non intende mordersi il fegato girando in tondo per casa o guardando apaticamente un film. Deve scuotersi e tornare ad essere il padrone del proprio destino. Il primo passo è, quindi, capire. Non sa se ha senso, ma non intende lasciare nulla di intentato. Vuole parlare con quel tipo che ha provato a suicidarsi.
La vettura rossa fiammante, un’Alfa Romeo a due posti, fila veloce cinque metri sopra la strada. Ha un galleggiamento confortevole e la linea è accattivante. Ne avrà per anni prima di saldare l’ultima rata, ma era da tempo che la sognava. La città è viva e pulsa delle persone che incrociano le vie che, con passo svelto, vanno e vengono dalle attività su strada con un incessante caotico movimento. Dall’abitacolo sbircia spesso verso il basso, volando sopra le teste dei pedoni incuranti dello scarso traffico veicolare che si articola sopra di loro.
Non occorre troppo tempo. Pochi minuti ed è giunto a destinazione. Il Polo Ospedaliero Unico di Tallin era stato fondato trent’anni prima sulle rive del Lago Ülemiste, in prossimità di una vecchia stazione ferroviaria rinnovata, per agevolare l’afflusso all’ospedale, come terminal per treni a levitazione in grado di sfiorare gli ottocento chilometri orari.
Il lago aveva beneficiato di una lenta e progressiva valorizzazione negli ultimi due secoli. Storicamente semplice mezzo di approvvigionamento idrico della città, era poi stato protetto da vincoli ambientali che ne avevano fatto il cuore di un parco sempre più esteso. Per favorire questo processo era stato dismesso il vecchio aeroporto,[…].

 

Giuseppe Di Clemente nasce a Roma nel 1976. Appassionato fin da ragazzo di astronomia e fantascienza, la necessità di comprendere talune dinamiche della nostra esistenza lo porta a conseguire la laurea in economia, il che dà un’ulteriore impronta alla sua personalità, contribuendo a una visione complessa e contraddittoria del mondo. Nasce così il suo primo romanzo Oltre il Domani (L’Erudita – Giulio Perrone Editore, 2019), un racconto trasversale, dove la fantascienza è genere e pretesto per interrogarsi sul futuro degli uomini.

Marco Capocasa antropologo molecolare, deve la sua passione per la fantascienza alle letture dei classici di questo genere. Laureato in Scienze Biologiche e in Antropologia Culturale, successivamente ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia Molecolare. Autore di decine di articoli su riviste scientifiche internazionali, insieme a Giovanni Destro Bisol ha recentemente pubblicato due libri di divulgazione scientifica: Italiani. Come il DNA ci aiuta a capire chi siamo (Carocci, 2016) e Intervista impossibile al DNA. Storie di scienza e umanità (il Mulino, 2018). Elbrus è il suo esordio nella narrativa del fantastico.

 

* Occorre responsabilizzare noi stessi! rispettare e attenerci tutti, scrupolosamente e responsabilmente alle regole che abbiamo ricevuto in attesa del vaccino. Abbiate cura di voi, dei vostri cari e dei vostri amici.

 

Immagine di copertina: Armando Curcio Editore

Annapaola Di Ienno

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