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Conosciamo meglio una realtà: le banche del cibo

lunedì, Maggio 10, 2021
Conosciamo meglio una realtà: le banche del cibo

Conosciamo meglio una realtà: le banche del cibo

L’argomento di cui vi parleremo questa settimana, forse, a molti di voi, potrebbe apparire leggero (per noi di Vortici.it non lo è), rispetto ad altri temi da noi affrontati.
Come sapete, vi portiamo a conoscere tante realtà. Questa volta ci occupiamo delle Banche del cibo, in inglese Food Banks.

Per introdurvi al meglio al tema, partiamo da alcuni dati e fatti imprescindibili.

– La pandemia e la successiva crisi economica hanno avuto conseguenze serie sulla nostra popolazione. Ecco alcuni dati ISTAT: nel 2020 le famiglie in povertà assoluta in Italia hanno superato i 2 milioni (il 7,7% del totale, dal 6,4% del 2019) con un numero complessivo di individui pari a 5,6 milioni, ovvero un milione in più rispetto al 2019. Quest’ultimo, poteva essere considerato un anno di ripresa in cui finalmente, dopo un lungo periodo, si registrava una diminuzione del numero di famiglie povere.

– L’emergenza sanitaria ovviamente, ha causato una battuta d’arresto in questo senso. Stando alle stime preliminari Istat, la povertà assoluta ha raggiunto i valori più alti dal 2005 (primo anno in cui è disponibile la serie storica di tale indicatore). L’incremento maggiore è stato registrato nel Nord Italia, pur rimanendo il Sud l’area dove la povertà assoluta è più alta. Il fenomeno non è circoscritto soltanto alla nostra nazione. Tutto questo è a nostro avviso dato poco consolante.

Conosciamo meglio una realtà: le banche del cibo

In un periodo in cui la povertà è aumentata in modo significativo, le food banks (banche del cibo), che si occupano di recuperare e redistribuire alimenti in eccesso, si sono ritrovate a dover fare i conti con numeri sempre più crescenti, in fatto di richieste da soddisfare.

Nei primi quattro mesi di pandemia (Marzo-Giugno 2020) si è registrato un aumento del 50% della domanda di cibo presso le banche alimentari europee. Il gruppo di ricerca dell’università LUMSA (La Libera Università Maria Santissima Assunta), d’ispirazione cattolica, coordinato dalla professoressa Laura Michelin ha monitorato: “L’impatto sociale della sharing economy: i modelli di food recovery”.

Vi proponiamo una sintesi della ricerca e i relativi risultati, per farvi comprendere meglio come si muove questo settore, partendo da una rapidissimo excursus storico:

Le food bank si diffusero inizialmente negli Stati Uniti negli anni sessanta. La prima fu la St Mary’s Food Bank a Phoenix in Arizona, fondata nel 1967 dal filantropo John Van Hengel che iniziò a distribuire ai bisognosi il cibo non venduto dai negozi e nei ristoranti della città altrimenti destinato ad essere buttato.
In Europa le principali food bank sono riunite nella FEBA (European Food Banks Federation) alla quale aderiscono 24 Organizzazioni Nazionali.
A livello Internazionale le organizzazioni di 30 paesi sono rappresentate all’interno della rete GFB FoodBanking.
In Italia opera dal 1989 la Fondazione Banco Alimentare ONLUS con migliaia di volontari. A livello locale, esistono poi altre reti di redistribuzione alimentare rivolte a persone in difficoltà.

Nell’attuale situazione emergenziale queste organizzazioni hanno avuto certamente un ruolo importante e determinante. Tuttavia, la crisi economica e sociale che stiamo vivendo – dichiara la professoressa Michelin – deve poter rappresentare anche lo stimolo e l’occasione per una riflessione sugli attuali modelli di redistribuzione alimentare che portano con sé tre grandi sfide. La prima è quella di tentare di andare oltre un modello assistenzialistico, integrando forme di redistribuzione più integrate e connesse, e la seconda è quella di contribuire alla riduzione degli sprechi con una maggiore attenzione alla prevenzione rispetto alla redistribuzione, la terza è quella della tracciabilità e trasparenza”.

Le food banks agiscono come intermediari tra l’offerta di alimenti in eccesso – perché prossimi alla data di scadenza o al rischio di deterioramento – (da parte dei supermercati, ristoranti, bar, ecc.) e la domanda che è rappresentata dalle organizzazioni no profit che gestiscono i servizi sul territorio rivolti alle persone in difficoltà (es. mense).

Un primo passo verso il cambiamento potrebbe essere quello di implementare o sfruttare le piattaforme digitali di redistribuzione per semplificare i processi e per raccogliere dati utili, ad esempio ai supermercati o ai ristoranti per conoscere dove si generano i maggiori sprechi e come migliorare l’approvvigionamento. Il tema della digitalizzazione dei processi diventa quindi centrale sia per focalizzare gli sforzi verso la prevenzione di tale fenomeno sia in un’ottica di ottimizzazione.

Un altro aspetto riguarda il tema della dignità della persona, ma anche la necessità di individuare formule capaci di fornire un sostegno ad un segmento di popolazione più ampio. Si potrebbero sviluppare formule redistributive in cui il destinatario può essere anche “cliente”. Questo consentirebbe di ampliare il numero di utenti che possono essere raggiunti dal servizio dando la possibilità a tutti quelli che hanno una capacità di spesa, seppur minima, di poter accedere agli alimenti a un prezzo scontato al solo scopo di rendere il sistema economicamente più sostenibile. Esempi di questo modello esistono in Austria o in Inghilterra.
In Italia esistono alcune realtà (es. l’Associazione Terza Settimana) “ma si tratta di fenomeni ancora troppo limitati che dovrebbero essere incentivati e sviluppati anche a livello nazionale”, spiega la Michelin.

Una terza via innovativa riguarda lo sviluppo di piattaforme digitali peer-to-peer, che mettono in contatto gli utenti tra di loro per lo scambio di alimenti gratuito. Purtroppo, in Italia fanno fatica ad affermarsi, esempi di successo ne esistono soprattutto in Germania e Inghilterra. “L’aspetto interessante di queste piattaforme digitali è l’impatto sociale, che va oltre la riduzione degli sprechi, favorendo le relazioni nella comunità, l’inclusione sociale e sostegno a persone svantaggiate. Una formula che nel tempo e con i giusti stimoli potrebbe svilupparsi anche in Italia”.

Un esempio d’innovazione in proposito è la piattaforma Regusto, utilizzata per il progetto Spesasospesa. Si tratta – spiega la ricercatrice – di un’iniziativa di solidarietà circolare nata nel 2020 durante l’emergenza Covid-19 per sostenere i territori, supportando persone e famiglie in stato di fragilità sociale, creando circoli virtuosi a livello sociale, economico, ambientale. Il progetto prevede una campagna di fundraising che ha raccolto oltre 800.000 €. I fondi sono distribuiti agli enti no-profit di un dato territorio, dove preventivamente sono stati siglati accordi di patrocinio con il Comune (Assessorato alle Politiche Sociali e Commercio). Un’iniziativa che tenta di superare i limiti della frammentazione del sistema attraverso: una piattaforma blockchain che garantisce la tracciabilità, il coinvolgimento nel processo non solo dei distributori e delle organizzazioni non profit, ma anche dei Comuni. In prospettiva la piattaforma sarà a disposizione anche per redistribuzione di prodotto non food es. per l’igiene personale e per la casa e prodotti per bambini.
Certamente – conclude la professoressa Michelin – le banche del cibo sono organizzazioni preziose e fondamentali nel nostro tessuto economico – sociale ma è opportuno che a questa formula si integrino modelli nuovi, capaci di rispondere ai problemi sociali e ambientali affrontando i problemi in modo più strutturale”.

 

* Occorre responsabilizzare noi stessi! rispettare e attenerci tutti, scrupolosamente e responsabilmente alle regole che abbiamo ricevuto in attesa di ricevere il vaccino. Abbiate cura di voi, dei vostri cari e dei vostri amici.

 

Immagine di copertina e altre immagini: Pixabay

Annapaola Di Ienno

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