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Charlie, il fine vita e le città in blu

mercoledì, Luglio 12, 2017
Charlie, il fine vita e le città in blu

Si torna a parlare di fine vita e lo si fa non solo in Italia, ma a livello internazionale. Il caso del piccolo Charlie ha riportato alla ribalta questo tema. Sta facendo parlare di sè il caso di questo bimbo che combatte contro una malattia rara e i cui genitori, che sono pronti a seguirlo anche in America o al Bambin Gesù di Roma; si oppongono alla scelta dei medici, che invece, ritenendolo inguaribile, vogliono staccare la spina del respiratore che lo tiene in vita, forti ora anche del parere di giudici britannici ed europei, i quali si sono espressi in maniera concorde con il parere dei medici. La vicenda ha portato tutti a confrontarsi con il tema del fine vita, di cui si discute da molto tempo e su cui, in vari Paesi, si sono fatte leggi che potrebbero arrivare anche da noi. Il dibattito è talmente vivo che si moltiplicano le città in cui monumenti ed uffici pubblici si stanno colorando di blu, in segno di appoggio alla battaglia dei genitori di Charlie. Nella nostra foto, ad esempio potete vedere la fontana De Ferrari a Genova. Nel dibattito si inserisce, dopo tante altre associazioni, il Movimento per la Vita che, dell’argomento si era già occupato con un apposito convegno qualche mese fa, come Vortici vi ha raccontato.  

Oggi, sempre dall’Abruzzo, il Movimento per la Vita, torna sul tema con un comunicato stampa, che vi riportiamo:

Colorare di blu tutti gli edifici pubblici abruzzesi: è la richiesta del Movimento per la Vita rivolta a tutte le amministrazioni presenti sul nostro territorio regionale, cioè Regione, Province e Comuni di tutto l’Abruzzo. Obiettivo: schierarsi a favore della possibilità che il piccolo Charlie possa essere tenuto in vita ed essere sottoposto a terapie di carattere sperimentale che potrebbero migliorarne le condizioni di salute. Ma soprattutto difendere il diritto alla vita di tante persone che vivono in situazioni simili, evitando la deriva dell’eutanasia.

Di questi temi si è parlato ieri in un incontro promosso a Pescara dal Movimento per la Vita, che ha riflettuto, partendo proprio dal caso del piccolo inglese, sull’argomento più in generale del fine vita. La Presidente del Movimento per la Vita di Pescara, Marigina Fratalocchi, ha ripercorso la vicenda di Charlie Gard, il bambino di 10 mesi che, secondo i medici e i Tribunali britannici, deve morire perché affetto da una patologia rara e, secondo loro, incurabile. Prendendo spunto da questa vicenda, i volontari del Movimento, tra cui la Presidente regionale Patrizia Ciaburro, hanno rilevato che ormai in molti Paesi europei l’eutanasia è legge e sottolineato che tutto nasce da una contraddizione: “I nostri ordinamenti giuridici, incluso quello italiano, sono contrari alla pena di morte ormai da secoli perchè si ritiene che lo Stato non possa decidere chi deve vivere e chi invece deve morire” hanno concluso i volontari presenti all’incontro. “Ora però – hanno proseguito – con le leggi sul fine vita approvate o, come in Italia, in discussione, si pretende di poter decidere quando una persona deve terminare la propria esistenza”. In particolare, nel corso del dibattito, è stato evidenziato che la normativa britannica e quella italiana sono diverse. Ormai da tempo, nel Regno Unito, lo Stato indica un tutor incaricato di esprimersi sui singoli casi, come avvenuto in quello di Charlie, anche in contrasto con la famiglia. Si è poi preso atto delle leggi in materia di eutanasia approvate in vari Paesi europei, che in alcuni di essi riguardano anche la possibilità di praticarla a minorenni e si è sottolineato che, nel nostro Paese, tutto questo non è possibile ora e che, anzi, anche se dovesse passare il disegno di legge sul fine vita attualmente in discussione, comunque la volontà dei genitori sul mantenimento in vita di un minore alle prese con una malattia incurabile avrebbe un suo peso specifico. Ma si è tornati anche a sottolineare i problemi enormi legati proprio alla possibilità che i familiari chiedano di far morire la persone malata o che sia quest’ultima ad aver espresso tale volontà magari molto tempo prima con le dichiarazioni anticipate di trattamento: se infatti, dopo l’eventuale approvazione del disegno di legge, una di queste due condizioni dovesse presentarsi, potrebbero, nel migliore dei casi, aprirsi contenziosi tra medici e famiglia risolvibili solo grazie all’intervento di un giudice, chiamato a decidere sulla vita e sulla morte di una persona, come del resto già accaduto nel caso di Eluana Englaro. Ma soprattutto si è rilevato che nei Paesi in cui l’eutanasia è legge si è proceduto per gradi, approvando prima leggi più blande per poi eliminare le restrizioni che queste prevedevano.

Il Movimento per la Vita ritiene invece che alla medicina dovrebbero essere forniti gli strumenti per poter curare e salvare vite umane, lontano da derive eutanasiche legate solo a quelle che, molto opportunamente ed efficacemente, Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”.

Massimiliano Spiriticchio

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