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Battiti, l’armonia del cambiamento…

lunedì, Luglio 6, 2020
Battiti, l’armonia del cambiamento…

Questa settimana parto da un interrogativo abbastanza impegnativo che (credo), almeno una volta tutti, ci poniamo nell’arco della nostra esistenza: abbiamo maturato una coscienza sociale? La risposta varia, naturalmente, da persona a persona, poiché riguarda il proprio ruolo all’interno della società. La tipologia di tale quesito, spesso induce a una riflessione, accompagnata da considerazioni sullo stato della politica, che diventa, a sua volta una valvola di sfogo astratta e impercettibile. Il libro: Battiti – L’armonia del cambiamento (Scatole Parlanti Editrice – collana Forme) del ventunenne Giovanni Crisanti, prova a capovolgere questa prospettiva, rivolgendosi alla responsabilità di ognuno di noi nella costruzione di una comunità davvero libera ed equa, nella quale tutti possano contribuire in maniera costruttiva. Per stessa ammissione dell’autore: non è un libro politico e questa dichiarazione a noi di Vortici.it colpisce in positivo, rendendo l’argomento piuttosto interessante.

Di seguito, vi riportiamo, un estratto del libro, a nostro parere ricco di spunti sui quali riflettere in totale consapevolezza.

Tutti facciamo politica: riscoprire la responsabilità civica

Ti do una brutta notizia: tutti facciamo politica.

Un’affermazione che suona pesante in questi ultimi anni, in cui l’associazione mentale e figurativa che suscita questa parola rappresenta perlopiù richiami negativi. Cos’è politica? Se lo chiedessi a giovani e adulti nel nostro Paese, non ti sorprenderesti ad ascoltare risposte associate alla sfera dei valori mafiosi, egoistici, disinteressati al benessere della comunità, incompetenti. Da quando ho coscienza civica e leggo qualche notizia sul web o ascolto un telegiornale, ricordo poche volte in cui il mio umore sia migliorato a seguito dell’apprendimento dei fatti di attualità. La narrazione mediatica proietta un’immagine della classe dirigente e dei risultati socio-economici delle politiche spesso negativa. È il male che fa più notizia. E non vediamo riprese culturali ed economiche notevoli da tempo, nel nostro Paese. Il risultato è che non solo c’è meno fiducia nel sistema Stato e nelle figure che lo conducono, ma si genera anche disinteresse alla Cosa Pubblica dal momento in cui lasciamo vincere il pessimismo. Ragioniamo per avere la meglio nel nostro giardino, perché tutto ciò che è fuori entra in una successione di compromessi e regole restrittive.
Ho avuto la fortuna all’età di sette anni di iniziare una delle esperienze più caratterizzanti della mia personalità e dell’adolescenza: quella dello scoutismo. In un certo senso è lei che devo ringraziare per non essermi piegato allo sguardo limitato dell’egoismo e del disinteresse. E non per la tipica scena da cartone animato del boy scout che aiuta la vecchietta ad attraversare. Ogni estate partivo per due settimane di campo, in location lontane da ogni nucleo cittadino e dal mainstream delle news. Nei primi anni in cui ho partecipato non esisteva ancora lo smartphone, il che rendeva ogni esperienza di singolare unicità. Dopo le lunghe camminate con zaini in spalla, sudore e canti per passare il tempo distraendoci dal carico pesante sulle nostre schiene, arrivavamo nello spazio che ci avrebbe ospitato per le successive giornate. Poi cominciava la costruzione di una microcomunità autosufficiente e autogestita: il portale di accoglienza, le cucine, le sopraelevate sulle quali montavamo le tende per evitare umidità e minacce animali, il fuoco di bivacco per passare le serate al caldo e in divertimento, e l’alzabandiera. Tutte strutture che tiravamo su con le filagne, lunghi tronchi, che legavamo fra loro con i cordini. Successivamente i capi dividevano le mansioni cui ogni ragazzo e ragazza doveva adempire per rendere il posto vivibile e civile, come fare la legna per accendere il fuoco e cucinare, pulire il luogo, lavare le stoviglie, organizzare le attività e i riti religiosi e formali. La responsabilità che ognuno di noi aveva era funzionale all’ottima riuscita dell’esperienza e fondamentale per una buona vivibilità.
L’educazione al vivere in comunità raggiungendo obiettivi comuni, non lasciando nessuno indietro, è stata di grande impatto nella mia crescita adolescenziale. Ricordo che una sera entrai in tenda con le scarpe e nella stanchezza decisi di lasciarle lì per l’intera notte con tanto di calzini: la mattina dopo le ho trovate in cima all’alza bandiera. E ti assicuro che con l’umidità e il gelo della montagna non è stata un’esperienza piacevole. Ma era meritato, avevo sporcato e reso puzzolente l’ambiente in cui dormivo con altri cinque ragazzi. Allo stesso modo non potevo reagire malamente agli scherzi che erano all’ordine del giorno, altrimenti me ne avrebbero fatti ancora di più. La notte andavamo a dormire dopo canti e giochi in armonia con il gruppo, contemplando la bellezza del cielo e del dono unico della natura. La quale non potevi permetterti di non rispettare. Avevamo inoltre un orario-campo spostato di un’ora avanti in modo da guadagnarne una di luce, non essendo dotati di elettricità.
Senza un’educazione che unisse la seria responsabilità verso il gruppo e la comunità con cui condividevo le giornate, la tenacia che eravamo invitati a mantenere anche durante forti temporali – nonostante i quali dovevamo trovare un modo di cucinare all’aperto aiutandoci – e l’armonia, la bellezza, il divertimento di condividere giochi e serate lontano dal caos cittadino, non avrei mai consolidato una responsabilità civica dimostrata con fatti concreti.
Devo ringraziare l’opportunità che lo scoutismo mi ha dato di vedere i risultati del seguire le regole e del lavorare verso un obiettivo.
Lo Stato in effetti non è altro che una comunità come quella di un gruppo scout, solo molto più grande. Se una squadriglia – eravamo divisi in piccoli nuclei da sei-otto persone – aveva il compito di organizzare il fuoco di bivacco serale, con canti e attività, e non lo faceva, tutti ne avrebbero risentito. Se chi si occupava di pulire la latrina dove andavamo a restituire alla Terra i doni di cui ci aveva deliziato non lo faceva, be’, non c’era da sorprendersi se il territorio diventasse simile a un campo minato. Se chi costruiva una sopraelevata lo faceva male, nella notte si crollava giù con tutti i ragazzi dentro. Il contributo del singolo verso il gruppo era contenuto ma funzionale, era responsabilità, era politica.

Un insegnante che spiega la filosofia, la matematica, la storia, le lingue, produce del sapere, educa alla cittadinanza e alla memoria collettiva, influisce sulla società, le sue componenti e quindi il suo funzionamento: fa politica.
Un fioraio che spreca acqua, o uno che incentiva con sconti o con la scelta di semi più economici all’acquisto di verde: fa politica.
Un attore che mette in scena uno spettacolo comico o drammatico con una morale, che fa informazione in tono critico: fa politica.
Un finanziere che investe sulla casa produttrice di computer, di frutta, di prodotti casalinghi, che concede un prestito a una famiglia giovane o non permette di estinguere un mutuo: fa politica.
Un libero professionista che non paga le tasse e droga il sistema con un modus operandi fallace e dannoso per le casse dello Stato: fa politica.

Non hai scuse, fai politica anche tu, qualunque occupazione tu abbia. Non conta che ci pensi o meno, che ne sia consapevole. Ogni tua azione causa una reazione nell’amministrazione della città, del territorio, dello Stato. Non esiste disinteresse qui, semmai lo si può chiamare indifferenza. La stessa di quando al campo scout di notte crollava la sopraelevata sopra cui dormivo con la mia squadriglia, perché avevo fatto i nodi male, tanto non se ne accorge nessuno. La stessa di quando un tuo amico o la tua ragazza stanno male e non te ne curi. La stessa che colpisce un bisognoso di aiuto nel momento in cui nessuno se ne occupa. Il semplice disinteressarsi è ignorare il sistema sul quale si reggono la nostra vita, le nostre abitudini, la spesa, il medico, la luce, il gas, perché piaccia o non piaccia nessuno di noi vive in maniera autosufficiente. In una macchina il motore senza le ruote non serve a nulla e non ha ragione di esistere. Chi guida lo sa bene, e conosce il motivo per cui le gomme debbano essere gonfie in un certo modo, gli specchietti orientati in un altro, il vetro pulito, l’olio ricambiato e la pressione controllata. Come quando guidiamo dobbiamo conoscere il codice della strada, allo stesso modo dobbiamo conoscere il codice della società e della civiltà che abitiamo. Perché qualsiasi cosa facciamo non è indifferente a nessun altro. I latini dicevano ignorantia legis non excusat, l’ignoranza non esula dalla legge. Non esistono “non lo sapevo”, o “non mi interessa” che tengano se ci affidiamo al welfare e agli equilibri che abbiamo costruito negli anni nelle nostre città e nei nostri Paesi.
Informarci diventa necessario e vitale per maturare la consapevolezza maestra: non decidere se fare o meno politica, ma essendo coscienti del fatto dimostrato che la facciamo, occuparcene, guardare alle conseguenze prossime e lontane di ogni nostra azione, affinare le nostre capacità e conoscenze.
“Ma io sto bene senza fare tutto ciò, guadagno bene, faccio il mio”. Lo puoi affermare solo se rispetti le regole al minimo dettaglio. In un campo scout chi adempisse ai propri compiti senza dare un ulteriore contributo, magari aiutando un novizio con chili di legna da sollevare, o semplicemente portando un po’ di sano intrattenimento nei momenti collettivi, era rispettato. Certo, non si può dire che partecipasse con lo spirito adatto all’esperienza, ma non si poteva biasimare. Allo stesso modo nella società: magari non godi della stima morale di qualcuno, ma ti è moralmente concesso di non dare di più di quello che prevede il tuo essere cittadino secondo legge, perché non influenzi negativamente gli equilibri delle formule matematiche chirurgicamente pensate negli anni, per far sì che si viva in armonia, limitando per quanto possibile esternalità negative. Guadagno bene, pago le tasse, rispetto i miei vicini e lontani. Va bene. Perché se non fai la differenziata, crolla un sistema per cui le ripercussioni si subiscono a livello mondiale, non solo nel degrado locale. Perché se guidi senza gonfiare le gomme l’incidente lo fai tu, ma coinvolgi altri innocenti. Perché se non paghi le tasse, gli autobus vengono mantenuti male e vanno a fuoco, le metro non funzionano, gli altri le devono pagare anche per te. Perché se investi in società per azioni che danno vita a fenomeni pericolosi, inquinamento, deforestazione, malessere del personale, moltiplichi il loro danno.
Non hai alibi.
Con i miei amici mi trovo spesso a discutere anche con toni accesi sulla questione, e mi attribuiscono spesso la targhetta del ragazzo pesante che non sa passare del tempo in sana goliardia. Accetto la critica e vado avanti, perché il disinteresse in questo caso non è contemplabile, non più. Non ora che l’intero globo si regge su equilibri transnazionali. Non ora che guidi una macchina i cui ingranaggi provengono da Cina, Germania e il cui petrolio si ricava in Russia, le cui emissioni a loro volta incidono sulla salute dei cittadini prossimi e sull’ecosistema mondiale. Non ora che la maglia che indossi è manufatta in Indonesia e le banane che mangi provengono dal Costa Rica.
Quello che ho imparato da ragazzino nel momento in cui dovevo interfacciarmi con un gruppo di coetanei nell’ambito di una comunità autogestita, è che bisogna essere coscienti di ogni singola interazione che abbiamo durante la giornata, e capire dove possiamo danneggiare anche in minima parte il benessere altrui, che è, di ritorno, lo stesso della comunità. Lo diceva Adam Smith nel Settecento: chi prospera – seguendo le regole – anche non sapendolo, porta benefici all’intera società.
Individua ogni Paese da cui provengono gli oggetti con cui ti interfacci, la destinazione delle tasse che paghi. Rispetta il ruolo che giochi nell’equazione dell’equilibrio sostenibile mondiale che sei chiamato in dovere a compiere.
Allora potrai lamentarti di ciò che non va e provare a cambiarlo. E sì, dobbiamo lottare anche in minima parte per eliminare le regole ingiuste. È complesso, ma le forme di partecipazione civica sono molteplici, e ne possiamo essere parte attiva. Non conoscere i meccanismi della macchina in cui viviamo è un atto criminale. La scuola dovrebbe puntarci di più. E benedetti quei professori che non permettono uno sgarro anche se di semplici normative interne all’istituto. Perché è l’unica educazione che funziona in questo senso. Ne ho avuti, non li ho sopportati all’epoca, ma non smetto mai di ringraziarli ora.
Ama il lavoro che fai, costruisciti una famiglia, sviluppa le tue passioni. L’importante è che il tuo lavoro, la tua famiglia, le tue pulsioni, ricoprano il primo posto nella scala degli affetti, ma non l’unico in quella dei doveri. Perché lottare per una realizzazione personale a ogni costo, per la salvaguardia della famiglia, “Muoia chiunque, ma non i miei cari”, è romantico, tipico in Italia, e rispettabile, sì, se conciliato con il bene della famiglia mondiale. Altrimenti è mafia. L’affetto, le passioni, sono sacrosante, ma devono incastrarsi con il senso di comunità, sostenibilità e rispetto.
Non è obbligatorio che tu ti iscriva a un partito politico o che ti faccia prendere dalla mania di leggere articoli di attualità a ogni ora, tantomeno che dia inizio a discorsi di politica in ogni situazione conviviale – che ti assicuro, accendono più fuochi che amori, soprattutto tra gli amici. Ma sii consapevole che anche nell’inettitudine e nel non fare, in realtà stai facendo politica. Anche nel proteggere un tuo caro nonostante sia in torto. Male, ma la stai facendo. Sei vittima e complice. Vittima, sì, perché non c’è niente di peggio che causare il male a chi condivide con te le risorse di questo pianeta.

Politica è qualsiasi nostra azione che generi la minima reazione al di fuori della nostra casa. Politica è la più nobile delle arti perché non cambia solo le persone e i loro sentimenti, azioni e desideri, ma anche le condizioni e le regole nelle quali si gioca.
Per questo faccio politica, perché l’arte, la musica, le passioni, la natura, l’amore, possono essere ancora più belli se vissuti con serenità. Quella serenità che solo una società sostenibile può dare. Quella serenità che parte da uno stato dell’uomo saggio, per influenzare le leggi e l’assetto statale affinché anche chi è meno sapiente e maturo, possa assaporarla, almeno un po’.

È vero, però, che la politica è associata spesso a un qualcosa di distante, a dinamiche di azienda, a giochi di palazzo. E non tutti hanno la fortuna di partecipare a esperienze che permettono di testare che il cambiamento minimo si può apportare a livello locale anche con poco sforzo. Leggendo d’attualità, ci sembra che la classe politica sia ferma, che non rinnovi, che lo Stato non risponda alle necessità e alle sfide più cruciali. Quelle che ci riguardano direttamente.
È questo il pantano da cui partirò per dimostrarti che in realtà è la più sana delle cause per contribuire al progresso.

La seguente intervista che trovo coraggiosa, interessante e matura, tocca temi che non possiamo ignorare ed è stata rilasciata dall’autore a Giovanna Reanda su Radio Radicale, lo scorso 20 Giugno. Ascoltatela con attenzione:

 

Giovanni Crisanti Romano, classe 1999 studia Global Governance e Relazioni Internazionali ed è fondatore dell’organizzazione giovanile “L’associata di Roma”, progetto partecipativo di centinaia di ragazzi, nato per coinvolgere le energie giovanili di ogni provenienza e bandiera politica e costruire un dialogo propositivo con le amministrazioni. Appassionato di musica e teatro, dal suo impegno politico prende vita Battiti.

 

Il libro è già ordinabile su Scatole Parlanti Editrice

Immagine di copertina: Scatole Parlanti Editrice

 

* Andrà tutto bene se continueremo ad attenerci scrupolosamente e responsabilmente alle regole che conosciamo, abbiate cura di voi, dei vostri cari e dei vostri amici.

Annapaola Di Ienno

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