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Parkinson: in italia e in Europa una lotta senza confini…

giovedì, aprile 25, 2019
Parkinson: in italia e in Europa una lotta senza confini…

Ci sono articoli, come quello che state leggendo, in cui la dimensione personale di chi scrive si mescola col racconto giornalistico di una notizia. Capita probabilmente a molti miei colleghi quando si parla di malattie, specialmente se si tratta di patologie che colpiscono persone alle quali si è molto legati. Ma raccontare la lotta contro queste patologie significa anche, qualche volta, poter raccontare i meravigliosi progressi di una della “arti” più sorprendenti che il genere umano è riuscito ad inventare: la medicina.

Il dott. Filippo Tamma, primario della Neurologia dell’Ospedale Ente Ecclesiastico “Miulli” di Acquaviva delle Fonti (BA)

Capita così di ascoltare, mentre sei in ospedale in attesa dell’intervento con cui la persona che assisti spera di recuperare buona parte delle sue funzioni motorie e di gestione della vita quotidiana (dal parlare bene al mangiare senza troppa fatica, solo per fare alcuni esempi), che una signora affetta dal morbo di Parkinson, già nel 2006, cioè 13 anni fa, è andata negli USA da suo figlio e si è sentita dire dal dottore americano da cui questi l’aveva fatta visitare: “Signora, io quì non posso farle nulla. Torni però in Italia perchè lì le possono dare una terapia adeguata”. In effetti è proprio così: nella ricerca sul morbo di Parkinson, malattia neurodegerativa che colpisce sempre più persone in tutto il mondo con un numero sempre maggiore non solo di anziani, ma anche di giovani, è proprio in Europa e, in particolare, nel nostro Paese che si stanno facendo molti passi in avanti. Anzi: il medico allora operativo a Milano, presso l’ospedale San Paolo, il dott. Filippo Tamma, è oggi primario della neurologia dell’Ospedale Ente Ecclesiastico “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari e proprio lì continua a seguire i pazienti in arrivo da varie parti d’Italia con la terapia farmacologica e con quella chirurgica.

Diciamolo subito: la terapia contro il Parkinson rientra al momento nella neurologia e nella neurochirurgia funzionale, nel senso che si può agire sui sintomi della malattia e non sulla possibilità di sconfiggere il morbo, dal momento che non se ne conoscono le cause. Va detto però che anche la ricerca va avanti e che si spera in futuro di vedere individuate le cause per poter finalmente mettere a punto una terapia risolutiva.

Ma su cosa si basa oggi la lotta al Parkinson? Innanzitutto si sta cercando di affinare sempre più le tecniche per individuare le cause di questa patologia, che in Italia colpisce, secondo le ultime stime disponibili, circa 600.000 persone. Diverse possono essere le motivazioni all’origine del Parkinson, come diversi sono d’altra parte i modi in cui la patologia si presenta: dalle cause legate a mutazioni genetiche a fattori ambientali come l’esposizione a pesticidi, prodotti chimici o acqua di pozzo passando per fattori traumatici sono ben 171 le possibili cause ad oggi documentate. Nonostante l’evidente difficoltà che questa circostanza comporta nel cercare di individuare le possibili cure, medici e ricercatori non si danno per vinti ed ottengono risultati sempre più importanti sia nella ricerca di una cura definitiva, sia nell’ambito della terapia funzionale, cioè nel tentativo di far regredire i sintomi della malattia rendendo la vita dei pazienti meno difficile. È in quest’ambito che la ricerca ha prodotto la DBS (Deep Brain Stimulation), ossia la stimolazione elettrica pulsata continua mediante elettrodi inseriti nel cervello. Questa terapia si rivela particolarmente efficace perchè l’elettrostimolazione riesce in parte almeno a sostituire i nervi che, a causa della patologia, non riescono a svolgere a dovere la loro funzione. Questo è un punto molto importante, senza comprendere il quale non si riesce nemmeno a capire l’importanza della terapia, sia quella tramite farmaci, sia quella chirurgica o di altro tipo. Spiega il portale online www.parkinson.it: “Le strutture coinvolte nella malattia di Parkinson si trovano in aree profonde del cervello, note come gangli della base (nuclei caudato, putamen e pallido), che partecipano alla corretta esecuzione dei movimenti (ma non solo). La malattia di Parkinson si manifesta quando la produzione di dopamina (un neurotrasmettitore che prende parte, tra l’altro, anche alla regolazione degli aspetti motori) nel cervello cala consistentemente. I livelli ridotti di dopamina sono dovuti alla degenerazione di neuroni, in un’area chiamata Sostanza Nera (la perdita cellulare è di oltre il 60% all’esordio dei sintomi). Dal midollo al cervello cominciano a comparire anche accumuli di una proteina chiamata alfa-sinucleina. Forse è proprio questa proteina che diffonde la malattia in tutto il cervello. La durata della fase preclinica (periodo di tempo che intercorre tra l’inizio della degenerazione neuronale e l’esordio dei sintomi motori) non è nota, ma alcuni studi la datano intorno a 5 anni”.

In altre parole il paziente parkinsoniano, non avendo abbastanza dopamina, deve fare i conti con difficoltà enormi nei movimenti, difficoltà a deglutire, parlare, digerire e, più in generale, con le varie attività connesse alla vita quotidiana. Quì però interviene la terapia: prima di tutto c’ è quella con i farmaci, i cui principi attivi sopperiscono in parte proprio alla mancanza della dopamina e a tutti i problemi che questo comporta, ma hanno l’effetto di provocare alcuni effetti collaterali, che vanno dai risvolti di carattere psicologico all’aumento delle discinesie, cioè i movimenti involontari tipici di questa malattia. Questi effetti collaterali si presentano molto meno con un’altra terapia, che in questi giorni è approdata anche nella terra da cui noi di Vortici.it scriviamo: l’Abruzzo. Proprio nel nostro capoluogo regionale, L’Aquila, è arrivata la terapia legata all’intervento, descritta in questi termini, con tanto di illustrazione sul sito www.comitatoparkinson.it:

“L’intervento chirurgico di DBS tipico prevede normalmente due interventi distinti:

I° intervento. La sera prima dell’intervento chirurgico, verrà chiesto al paziente di interrompere l’asunzione di tutti i farmaci (off farmacologico). In questo modo, è possibile osservare già in sala operatoria gli effetti della DBS sui sintomi del paziente e gli eventuali effetti collaterali. Le immagini del cervello ottenute mediante RM e TAC permetteranno al neurochirurgo di individuare l’esatto posizionamento degli elettrodi. Verrà fissato un “casco” alla testa del paziente uno speciale strumento che consente al neurochirurgo di trovare raggiungere in modo preciso la posizione del cervello interessata.  Durante tutto l’intervento la collaborazione del paziente è fondamentale, per segnalare effetti collaterali, disturbi e modificazioni cliniche. Per tutta la durata della procedura il paziente non sente dolore in quanto, la sola zona “sensibile” è il cuoio capelluto, che verrà trattato con un anestesia locale per eliminare qualsiasi sensazione. Il paziente verrà avvertito delle fasi più salienti dell’intervento. L’impianto degli elettrodi si esegue prima da un lato poi dall’altro. Si identifica un punto di entrata in regione frontale dove si pratica un incisione cutanea di pochi cm ed un foro molto piccolo.per l’elettrocatetere, successivamente coperto con un tappo. La durata complessiva della procedura è dalle 4 alle 6 ore. Al termine dei due lati gli elettrodi definitivi vengono collegati a due sottili cavi che fuoriescono dal cranio.

II° intervento. Il secondo intervento viene praticato in anestesia totale e prevede l’inserimento sottocutaneo della batteria,  si esegue una tasca  al di sotto della clavicola o dell’addome di dimensioni adeguate per contenere il neurostimolatore. I cavi che uscivano dal cranio vengono portati fino alla clavicola e collegati allo stimolatore. Alla fine lo stimolatore è palpabile sotto alla clavicola ma non comporta nessun disturbo. La durata di questo intervento è di circa 1 ora.

Una volta trascorso il periodo di recupero post-intervento, il medico programmerà il neurostimolatore per iniziare l’invio degli impulsi elettrici che contribuiscono a controllare i sintomi della malattia. Il medico regolerà la stimolazione in modo non invasivo, la programmazione può richiedere anche alcuni giorni per essere portata a termine. Potrebbero volerci diverse visite per regolare la stimolazione, prima di stabilire le impostazioni migliori. Nel corso del tempo, e col progredire della malattia poi saranno necessarie ulteriori regolazioni.

È stato dimostrato che la terapia DBS ha un favorevole profilo di sicurezza a lungo termine,  in particolare nei pazienti giovani. Come per qualsiasi intervento chirurgico cerebrale, esistono tuttavia alcuni rischi associati alla procedura, in ogni caso molto bassi che possono essere: complicanze chirurgiche 0,6%, infezioni cutanee 0,4%, per fare un confronto, il rischio di gravi complicanze (ad es. infezione articolare) a seguito di intervento di protesi totale d’anca è 5 volte superiore (2%) . Le eventuali complicanze correlate alla terapia DBS sono spesso lievi e di breve durata, e normalmente si risolvono entro 30–90 giorni dall’intervento.
Anche il rischio di compromissioni permanenti dello stato di salute è basso (1,0%), prevalentemente dovuto a emorragia intracranica . Come qualsiasi altro trattamento, l’esito può essere letale, ma anche in questo caso il rischio è basso (0,4%), vale a dire lo stesso rischio di morte associato, ad esempio, alla protesi totale d’anca (0,41%). L’intervento è indicato nei pazienti con la malattia di Parkinson che presentano fluttuazioni motorie e discinesie non più controllabili dal trattamento farmacologico. I soggetti che possono sottoporsi a questa terapia costituiscono circa il 10% della popolazione affetta da Parkinson. Sono soggetti relativamente giovani e sani (limite di età di 70 anni), con severi effetti collaterali dati dalla terapia farmacologica utilizzata per controllare la malattia. Devono comunque avere una risposta positiva alla somministrazione di levodopa anche se di breve durata. Si richiedono funzioni cognitive e mentali integre e imaging neuroradiologico normale. Prima di affrontare l’intervento il paziente viene sottoposto a un attento esame clinico mediante l’impiego della scala di valutazione della malattia parkinsoniana: si valuta il paziente in base al suo stato mentale, alle attività della vita quotidiana, alle funzioni motorie, alle complicanze dovute alla terapia, alla progressione e stadio della malattia. Inoltre, viene posto particolare interesse alla valutazione del tremore, della rigidità, dell’acinesia e dei disturbi dell’equilibrio. L’analisi viene effettuata sia durante la terapia farmacologica che dopo la sua sospensione. Sulla base della valutazione e della prevalenza di uno dei sintomi sugli altri, viene scelta la regione cerebrale in cui impiantare l’elettrocatetere. L’ulteriore preparazione pre-impianto consiste nell’effettuazione degli accertamenti finalizzati all’intervento chirurgico: esami del sangue, Rx toracico, ECG, Rx cranio, TAC e RM dell’encefalo.

La conferenza stampa di presentazione della nuova terapia contro il Parkinson a L’Aquila con l’èquipe medica guidata dal prof. Ricci, primario di neurologia del San Salvatore, e l’assessore regionale abruzzese alla sanità Verì

ll miglioramento dei sintomi è evidente già nei primi giorni dopo l’avvio della stimolazione. Questo consente la riduzione della dose dei farmaci dopaminergici dal 50 all’80%, con una percentuale intorno al 15-20% di pazienti che non necessitano di assumere la terapia”.

Questa è dunque la terapia giunta ora all’ospedale San Salvatore di L’Aquila, città peraltro davvero bisognosa di segnali di speranza come quello dato proprio da questa notizia, presentata con queste parole dal primario di Neurochirurgia Alessandro Ricci: “È un processo impegnativo per selezionare pazienti e verificare poi la procedura e l’assistenza successiva, ma il risultato è davvero importante e in tal senso ringrazio i miei colleghi che hanno permesso di toccare questo grande traguardo”. Quello aquilano è comunque solo uno dei Centri che, in Italia, si occupa di terapia parkinsoniana. Per questo vi forniamo un elenco di Centri attualmente operativi i cui contatti, divisi per regione e provincia, sono disponibili cliccando su questo link

Ci sono però ancora altre metodiche con cui affrontare questa malattia. Anche in questo caso la notizia di novità che si sta cercando di sperimentare arriva dal Centro – Sud Italia, precisamente da Pozzilli, piccola località molisana in provincia di Isernia: lì l’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed porta avanti da tempo vari studi raccontati in modo semplice in quest’intervista rilasciata ai nostri colleghi di Tv2000.

Insomma: la lotta avanza e non conosce confini, nè tra le varie Nazioni nè tra Nord, Centro e Sud…

 

— Massimiliano Spiriticchio

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