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Lo Stato, il Cristianesimo e gli ospedali come Servizio Pubblico

mercoledì, aprile 10, 2019
Lo Stato, il Cristianesimo e gli ospedali come Servizio Pubblico

L’articolo che state iniziando a leggere è figlio di una considerazione che chi scrive ha fatto frequentando, come purtroppo spesso accade a molti di noi, un ospedale, nel quale ci si può trovare o perchè pazienti o in quanto, come nel caso del sottoscritto, impegnati ad assistere un proprio caro. Vedendo una struttura complessa come un ospedale, con i suoi reparti, le sue professionalità di vario tipo (medico, paramedico, amministrativo ed assistenziale), la domanda sorta è stata la seguente: cosa ha spinto gli uomini, ad un certo punto della loro storia, a concepire l’idea di creare un luogo in cui curare i malati e studiare le terapie più adeguate per affrontare e prevenire le varie patologie? A questa domanda ne è seguita un’altra, dovuta al fatto di trovarsi all’interno di una struttura ospedaliera riconosciuta dallo Stato, ma come “Ente Ecclesiastico Ospedale Generale Regionale”, il “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari. Ecco il secondo interrogativo: nel corso della storia umana come è stato vissuto il concetto di servizio sanitario pubblico? Con l’idea che dovesse gestirlo lo Stato o con quella che pubblico è il servizio reso, a prescindere da chi lo gestisce e a patto che comunque raggiunga tutti senza essere troppo costoso per chi ne usufruisce?

Incuriosito da queste domande, il mio pensiero è andato subito ad un grande testimone di una visione in cui l’aspetto caritativo non poteva essere diviso da quello sociale, sanitario e professionale: San, o come lo chiamiamo tutti, Padre Pio, che, con la “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo, ha spinto da sempre sulla necessità di una sanità per tutti con medici e personale preparati, caritatevoli e professionali, dediti all’attenzione al malato e allo studio per migliorare sempre con un approccio fatto di attenzione e rigore scientifico al tempo stesso. Eppure uno studio attento alla ricerca di una risposta alle domande iniziali ha aperto nuovi scenari, alcuni dei quali davvero originali. Storicamente la nascita degli ospedali intesi come ricoveri per gli infermi può essere fatta risalire, secondo l’Enciclopedia Treccani, già al 437 a.C., anno in cui il re di Ceylon, oggi Sri Lanka, isola e Stato a sudest dell’India, ne avrebbe fatto nascere uno. Tuttavia, sempre secondo la stessa Enciclopedia, durante la diffusione del Cristianesimo nell’Impero Romano, “nelle prime fasi del nuovo incivilimento (legato – aggiungiamo noi – proprio al diffondersi della nascente religione cristiana), appena cessata l’era delle persecuzioni, si moltiplicano i ricoveri e prende forma definitiva l’istituzione dei senodochi, precursori lontani degli ospedali, svolgendosi la loro diffusione secondo un piano che ha per termini fissi le residenze vescovili, le sedi diaconali, i cenobî nascenti, le case di personaggi facoltosi”.

La Treccani prosegue il suo racconto elencando i molti esempi di ospedali e forme di assistenza sviluppatisi nel tempo in Oriente ed Occidente. Si arriva così al Medioevo, quando gli ospedali vengono gestiti da vari Ordini religiosi con l’impiego di medici e personale qualificato. L’idea stessa di ospedale, come oggi lo intendiamo, cioè come luogo di degenza e di cura gratuita per i malati con tanto di organizzazione gerarchica e studio, si definisce proprio allora. Una grande sottolineatura sulla carità da parte della Chiesa, unità alla generosità dei benefattori, consentiva a questi nosocomi di ricevere il necessario per andare avanti economicamente. Il termine “nosocomio” non è stato usato a caso: ad utilizzarlo per primo è infatti San Girolamo che, nel IV secolo, con il termine greco “νοσοκομεῖον” (nosocomeion) fa entrare nel latino una parola che mette l’accento sul carattere d’un ospizio destinato esclusivamente ai malati. Proprio questa circostanza mette in luce un aspetto centrale nel concetto stesso di ospedale: il suo essere luogo di accoglienza della persona malata. Scrive su L’ancora On Line Nicola Rosetti: “L’ospedale è una tipica invenzione del Medioevo cristiano. È incredibile come questa istituzione non abbia corrispondenti presso altre civiltà e culture… Col Cristianesimo si afferma una nuova visione a proposito della malattia. Essa non viene più considerata una punizione divina… Il malato non è più ritenuto uno scarto della società, un peso inutile da eliminare, ma addirittura è visto come particolarmente amato da Gesù e degno delle sue attenzioni… ”. Insomma quel Cristo che si pone come medico e si identifica col malato spinge ad interessarsi all’altro, a prendersene cura. Per questo molti ritengono che il concetto di ospedale tragga origine dal racconto evangelico che vi facciamo vedere ed ascoltare attraverso questo filmato, tratto dal film The Jesus, uscito nel 1979, diretto da John Krish e Peter Sykes ed interpretato, nel ruolo di Gesù, da Brian Deacon:

L’idea di “prendersi cura”, avendo “compassione”, cioè partecipazione alle sofferenze, e quella di portare il malato in un albergo dove potesse essere assistito erano tutt’altro che concetti assodati prima del Cristianesimo, dal momento che i malati erano spesso lasciati alle cure dei medici, allontanati, ritenuti “impuri” dalle varie culture e religioni. La loro cura diventa invece adesso un fatto che riguarda l’intera comunità, un vero e proprio servizio pubblico a 360°. Per questo, dopo che la storia aveva proposto personaggi illustri come l’abruzzese San Camillo de’ Lellis e tanti altri, testimoni di un’attenzione anche verso i malati incurabili, quando, in epoca recente, nel Secondo Dopoguerra, si pone in Italia come altrove la necessità di riorganizzare l’assistenza sanitaria, lo Stato che, grazie ai progressi medico – scientifici e allo sviluppo delle moderne tecnologie e tecniche, ma anche teorie, sulla Pubblica, intesa come statale, Amministrazione e la sua efficienza, pur assumendo un ruolo di grande presenza all’interno anche dell’assistenza sanitaria e di doverosa guida nella sua organizzazione, decide di non fare a meno del grande patrimonio rappresentato da quella capillare rete di conoscenze e strutture che le varie agenzie caritative, in particolare quelle ecclesiastiche, avevano costituito nel tessuto sociale e nella storia dell’Italia e di tanti altri Paesi. Quando la cattolica Tina Anselmi, Ministro della sanità, firmò nel 1978 le legge che istituì il Servizio Sanitario Nazionale, fu proprio l’idea di un’assistenza alla persona di carattere globale, capace di coinvolgerne tutti gli aspetti, unita a quella che il Servizio sanitario deve essere pubblico e, quindi, gestito in collaborazione da Stato ed Enti assistenziali, ad ispirarne l’azione, come mostrò lei stessa nel 2003 quando, ricordando anche le iniziali avversità incontrate, commentò quella Riforma con queste parole: “Devo dire che in quegli anni, segnati da posizioni molto diversificate, sicuramente c’era lo scontro. E tuttavia esisteva un’adesione di fondo a quel principio sul quale è stata costruita la riforma del Sistema Sanitario Italiano: l’adesione ai valori su cui costruire la tutela e il diritto del cittadino ad avere una garanzia da parte dello Stato per quanto riguarda la sua integrità. Per costruire un sistema che assumesse, come suo valore fondante, la tutela della persona”. Ecco, in definitiva, la ragione che sta alla base dell’idea secondo cui, nella sanità, la gestione dello Stato e e quella assicurata da altri Enti possono convivere, garantendo un servizio efficiente, per quanto possibile, e carico davvero di attenzione verso tutti.

— Massimiliano Spiriticchio

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