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La lingua più bella del mondo? Dovremmo imparare ad amarla…

lunedì, ottobre 29, 2018
La lingua più bella del mondo? Dovremmo imparare ad amarla…

Da secoli è per tutti la lingua dell’amore. Suona più come un clavicembalo che come una chitarra rock, e questo la rende uno strumento delicato da maneggiare. Ma al di là di ogni stereotipo, la lingua italiana è semplicemente meravigliosa. Che cosa la rende tanto speciale? Vortici.it vi ha già introdotto l’argomento, creando in sinergia un assist ad hoc e ora  vi invita ad approfondire ulteriormente l’argomento leggendo: “ La più bella del mondo– Perché amare la lingua italiana(Giulio Einaudi Editore)

In un viaggio appassionato attraverso i suoi usi e la sua storia, tra un pranzo con Dante e un’incursione sul palco di Sanremo con Leopardi, Stefano Jossa ci svela tutta la bellezza dell’italiano. Una lingua d’invenzione, creata a tavolino dai letterati nel corso dei secoli e diventata nazionale prima ancora che esistesse la nazione. Può essere notarile, burocratica, aulica, ma anche finalizzata alla creatività, al gioco verbale. Una lingua da amare per la quantità di metafore che affolla il linguaggio quotidiano senza che ce ne accorgiamo, per la stratificazione di significati che ci permette di leggere il mondo, per la straordinaria ricchezza delle sue rime, introdotte dai poeti dello stilnovo e rivitalizzate oggi dalla musica rap. E se temiamo di restare schiacciati dal peso della tradizione, ci basterà ricordare che senza memoria, senza varietà, senza alterità, le lingue si impoveriscono. La nostra sarà tanto più bella quanto più aprirà i suoi confini anziché restringerli.
«A chi è poliglotta si chiede spesso in che lingua sogna, in che lingua parla quando fa l’amore, in che lingua impreca e insulta: come se la lingua avesse un contatto immediato con l’anima e fosse legata direttamente all’inconscio oppure ai sentimenti più intensi. La lingua esprimerebbe allora la parte più profonda della nostra personalità, perché lí risiede davvero quello che abbiamo dentro: come si può non amarla quanto noi stessi?» (Giulio Einaudi Editore)

Stefano Jossa ci racconta sei storie: quella di una lingua inventata, quella della rima, di un’arte che esprime sempre anche qualcos’altro rispetto a ciò che sta dicendo, di un pranzo con Dante, di un poeta a Sanremo, di un indovinello insolubile. Queste storie ci fanno scoprire non solo che l’italiano è una lingua splendida, ma che la amiamo per le sue forme, per il modo in cui si è organizzata, modificata e modulata nel tempo. Amiamo la sua capacità di costruire senso attraverso il suono e di dire cose che vanno al di là dell’enunciato. Amiamo, spesso ignorando la sua letteratura. Nessuna lingua esiste senza la letteratura, che la rende un organismo vivente, portandola dall’universo della descrizione a quello dell’emozione, dell’invenzione. L’italiano è nato come lingua letteraria e di questa sua origine ha conservato una fortissima impronta nel corso dei secoli.

Nel caso dell’italiano ci sono motivi oggettivi che rendono questo idioma davvero speciale e meraviglioso. Per scoprirli, Jossa propone un piccolo ma efficace excursus nella storia, le origini e lo sviluppo dell’italiano, lingua “inventata, ma anche e soprattutto finalizzata all’invenzione, alla creatività linguistica e al gioco verbale”.

Per le metafore, le rime e i sinonimi, le infinite combinazioni tra dialetti, registri e suoni, le soluzioni espressive e sintattiche, in una parola per la sua inesauribile varietà, dell’italiano dobbiamo essere orgogliosi perché la sua straordinarietà è emblema della storia e della cultura del nostro Paese. Sbaglia chi pensa che questo sia un libro per dotti cultori e intellettuali: al contrario, Jossa riesce a parlare a tutti, proponendo una lettura che è colta e divertente al tempo stesso. L’autore spazia nei secoli, oltre che nelle strutture stesse della lingua: tra le pagine com’è ovvio non potevano mancare i padri dell’italiano, da Dante a Manzoni, ma poi si arriva a Pasolini, con la sua riflessione politico-ideologica sulla lingua, ma anche Gadda e Calvino, fino ad arrivare al mondo dei cantautori, dei registi e degli scrittori contemporanei. Nel libro c’è spazio anche per il palco di Sanremo, dove Claudio Baglioni ha fatto recitare Leopardi a Pierfrancesco Favino, e per casi balzati agli onori delle cronache, come gli incidenti linguistici che hanno visto protagonista il vicepremier Di Maio, in particolare con l’uso del congiuntivo.

A questo proposito, Jossa chiarisce che rinunciare alla grammatica – riprendendo la lezione di Gramsci, ma anche di don Milani e Fo – può essere rischioso, soprattutto per le classi più disagiate e meno colte, e non certo per una questione di brutta figura: “Parlar bene è una garanzia di corrette procedure logiche e giuridiche, quindi anche economiche e politiche, perché non si dà certezza del diritto dove non c’è certezza linguistica”. In quanto viva e in continua trasformazione, la lingua riesce a cambiare anche noi, e usarla consapevolmente – proprio perchè ci definisce in quanto esseri umani – rappresenta davvero una splendida avventura. Un cammino esaltante, fatto di bellezza e pensiero, da vivere però insieme agli altri, perché “non c’è lingua senza condivisione”.

Ancor più incisivo a riguardo è Stefano Crivelli: […]Nessuno pensi, tuttavia, di trovarsi davanti a un noiosissimo trattato accademico: la capacità divulgativa dell’autore gli permette di affrontare un tema complesso come quello della storia della nostra lingua nazionale in termini assolutamente comprensibili, con esempi e citazioni che vanno dai poeti del Trecento a Battiato, dalle canzoni “balneari” degli anni Sessanta al cinema contemporaneo.
Non è cosa da tutti saper spiegare in modo piacevole e coinvolgente il processo di creazione della lingua italiana attraverso il lavoro di Dante, Bembo e Manzoni e i contributi dei maggiori poeti e scrittori del nostro Paese (due fra tutti, Gadda e Pasolini). L’aspetto sorprendente di questo libro è proprio la sua grandissima accessibilità, data dall’assenza di inutile gergo settoriale e dal registro colloquiale sapientemente mantenuto da Jossa nonostante la complessità dell’argomento. Una modalità espressiva che, davvero, potrebbe fare scuola circa la leggibilità dei testi formativi. […]

Crediamo davvero di avervi fornito dei bellissimi motivi di approfondimento per rispettare e amare la nostra lingua, da tutti invidiata per la sua musicalità e chi vi scrive si sente onorata si averla acquisita come lingua madre.

 

Stefano Jossa Nato a Napoli nel 1966, si è laureato in lettere con Giancarlo Mazzacurati presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel 1988 e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1993. Dal 2007 lavora presso Royal Holloway (University of London), prima come lecturer, poi come senior lecturer. Ha tenuto corsi su Dante, Petrarca, Boccaccio, il Rinascimento italiano, Ariosto, il Risorgimento, la costruzione dell’identità nazionale in Italia, il teatro italiano contemporaneo. Ha partecipato a numerose opere collettive, è un critico letterario e teatrale e uno studioso del Rinascimento.

 

Immagine di copertina: Giulio Einaudi Editore

Foto: Aise(agenzia internazionale stampa estero)

— Annapaola Di Ienno

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