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Il primo diritto di ogni persona? essere chiamato per nome…

lunedì, aprile 1, 2019
Il primo diritto di ogni persona? essere chiamato per nome…

Ci sono temi che non possono lasciarci indifferenti, motivo per cui questa settimana colgo l’opportunità di riflettere insieme a voi su un fenomeno che è riaffiorato in maniera acuta, mi riferisco al razzismo nelle sue molteplici sfaccettature. Siamo talmente fagocitati da una miriade di informazioni di ogni tipo da aver smarrito, secondo me, la capacità di essere obiettivi nel leggere, la realtà dei fatti, perchè siamo troppo confusi. Scelgo volutamente di capirne di più, al di la dei meri slogan che ascoltiamo giornalmente, ed ecco che m’imbatto in una lettura particolare. Parlo di una lettera dura e, contemporaneamente, accorata di Don Luigi Ciotti, diretta a tutti coloro che si sono lasciati coinvolgere dall’ondata xenofoba e razzista che sta gradualmente colonizzando l’Europa.
Perché l’Italia sta tornando a essere un Paese così razzista? È per una convinzione autentica o solo per una forma di condizionamento passivo, in cui ciò che prevale, alla fine, sono le parole dei predicatori dell’odio? L’autore intraprende una chiacchierata immaginaria con un ipotetico razzista del terzo millennio e non lo fa dalla posizione giudicante di chi sta già dalla parte giusta. La parte giusta è piuttosto quel luogo ideale dove lui e il suo interlocutore devono arrivare insieme, nella chiarezza e nel rispetto per l’altro, al solo scopo di decostruire i pregiudizi ma non solo ovviamente…
In “Lettera a un razzista del terzo millennio”(Edizioni Gruppo Abele), questo è il titolo del suo ultimo libro, lancia un messaggio forte e deciso, smascherando falsità e luoghi comuni sui migranti e chiamando con forza il lettore a una presa di posizione: perché anche l’indifferenza di fronte al dolore altrui è una forma di complicità.
«Ho deciso di scrivere. Proprio a te, coinvolto nella ubriacatura razzista che attraversa il Paese. Una ubriacatura a cui partecipi forse per convinzione o forse solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire così l’incapacità di chi ci governa (e ci ha governati) di assicurare a tutti, compresi i più poveri, condizioni di vita accettabili. Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri». Si apre così questa lettera, perché il rancore non prevalga, travolgendo tutti.

Vi propongo una riflessione lucida e approfondita, per comprendere meglio la complessità del tema trattato nel testo, che comunque è bene chiarire, si avvale di un linguaggio chiaro e semplice.

Nei giorni in cui il Paese prende coscienza dell’aumento degli episodi che ne confermano i propri istinti xenofobi, don Luigi Ciotti, il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, esce in libreria con Lettera a un razzista del terzo millennio (Edizioni Gruppo Abele). Una lettera aperta che smonta la narrazione razzista e xenofoba che avvelena il discorso pubblico, proponendo principi di senso per una società più giusta.

“Di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi non si può più stare zitti”. Lo dice, senza mezzi termini, don Ciotti. Chiede al lettore di prendere posizione, nel prologo del libro, e lo fa con parole ferme, a volte dure, tipiche del suo stile accorato. Chiede di parlare, di gridare “prima che gridino le pietre”, contro l’intolleranza, i pregiudizi e la disinformazione tossica che falsano il sentire collettivo attorno al tema delle persone migranti. Una “ubriacatura razzista”, così la chiama, a cui in molti partecipano, chi per convinzione, chi “solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire così l’incapacità di chi ci governa”. Perché la costante campagna elettorale anti-migranti ci ha abituati ormai a sentire ogni giorno parole tanto accattivanti quanto false, con richiami continui a invasioni o pericoli per la salute e la sicurezza pubblica.
In questa lettera tuttavia non c’è solo la critica feroce a un Paese diviso e incattivito, ma soprattutto un invito a cambiare prospettiva e a superare i luoghi comuni che, duri a morire, continuano a insinuarsi nel discorso pubblico.

Il libro è costruito come una lettera destinata a un razzista. Non certo un razzista specifico, quanto piuttosto quell’aspetto di noi che, consapevole o no, vive immerso in un contesto quotidiano infarcito di prima gli italiani e aiutiamoli a casa loro e si nutre d’intolleranza e discriminazione. Un testo provocatorio da parte di un autore che ha spesso utilizzato la provocazione per indurre una riflessione profonda su tante questioni della società spesso taciute e sotterrate.
Un testo articolato in aree tematiche, più che in capitoli, legate all’attualità e su cui il lettore, con dati alla mano, è invitato a ragionare. Un libro che si pone vicino all’interlocutore e alle sue ragioni per invitarlo all’ascolto e al dialogo: “Ti ho dato del tu, razzista del terzo millennio, in questa lunga lettera nella quale ho provato a spiegare le ragioni per cui non posso stare dalla tua parte e non posso nemmeno tacere i motivi che mi separano da te. L’ho fatto perché non voglio perdere le tracce di un confronto”. Una lettera che prende posizione senza mai suonare pretenziosa o moralista, ma esponendo dati di realtà con precisione e, dove serve, numeri e percentuali. Luigi Ciotti espone con chiarezza che, superata la paura del diverso, l’incontro e la contaminazione di culture può essere motore di trasformazione ed evoluzione per le società. Perché il fenomeno delle migrazioni non è una minaccia da arginare, ma un fatto da capire, accogliere e dirigere con scelte politiche e sociali inclusive e costruttive. (Fonte: Gruppo Abele)

La conversazione che vi proponiamo ci aiuta, inoltre, a capire molte cose, spiegandoci anche delle realtà troppo spesso ignorate o peggio sconosciute. Concordo con quest’affermazione: “Le leggi devono tutelare i diritti”.

 

 

 

 

 Con l’obiettivo di saldare la terra con il cielo, don Luigi Ciotti ha fondato nel 1965 a Torino il Gruppo Abele, espressione di un impegno sociale fatto di accoglienza e servizi alle persone ma insieme di proposta culturale, educativa e in senso lato politica. Oggi il Gruppo lavora accanto a giovani e adulti con problemi di dipendenza, donne costrette alla prostituzione, migranti, malati di Aids, famiglie in difficoltà. Convinto che solo il “noi” può costruire cambiamento e giustizia sociale, nel 1995 don Luigi ha contribuito alla nascita di Libera, che oggi coordina l’impegno di oltre 1600 realtà in Italia, attive nel contrasto alla criminalità organizzata e nella promozione di una cultura della legalità e della responsabilità.

Per Edizioni Gruppo Abele ha scritto: La speranza non è in vendita (2011), Lezioni di cittadinanza (2012), Io dico NO (2016), La classe dei banchi vuoti (2016) e L’eresia della verità (2017).

Immagine di copertina: Giunti Editore

Fonte video: https://www.youtube.com/

Foto: Edizioni Gruppo Abele

— Annapaola Di Ienno

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