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Il capitalismo di ieri e di oggi, con uno sguardo rivolto al futuro…

lunedì, giugno 11, 2018
Il capitalismo di ieri e di oggi, con uno sguardo rivolto al futuro…

Uno sguardo globale sul capitalismo e il suo impatto sul nostro mondo, fra eredità del passato e prospettive future, dinamiche economiche e ragioni politiche. La voglia di comprendere cosa stia realmente accadendo mi spinge a consigliarvi anche questa settimana, una lettura: Jonathan Portes50 grandi idee capitalismo – traduzione di Vito Carrassi(Edizioni Dedalo)

Per quanto controverso e discutibile, il capitalismo è profondamente radicato nelle nostre società e, nel bene e nel male, plasma la quotidianità di ciascuno di noi. Ma cos’è realmente il capitalismo?
Partendo dai suoi concetti chiave – capitale, mercato, denaro, lavoro, mano invisibile, distruzione creatrice – e facendo luce sulla sua evoluzione storica e sul dibattito teorico e pratico che ha sempre suscitato, questo libro cerca di fornire risposte chiare ed esaustive tanto sulla natura e le particolarità del capitalismo, quanto sulle ricadute che esso ha avuto e continua ad avere sulle nostre vite e sul mondo in cui viviamo.
L’autore si interroga su temi e problemi scottanti, più che mai attuali: quanto può durare la crescita? Dobbiamo aspettarci nuove crisi economiche? La disuguaglianza e la povertà sono conseguenze inevitabili del capitalismo? Quale impatto ha la globalizzazione e l’ascesa di un Paese come la Cina sull’economia mondiale? E ancora: il capitalismo è forse avviato a un fatale declino? Sono concepibili modelli realmente alternativi?
Una sintesi lucida e illuminante, una guida indispensabile per comprendere meglio il mondo di oggi e farsi un’idea di quello che potrebbe riservarci il futuro.

Questo estratto dimostra quanto l’argomento trattato sproni comunque a una riflessione:

Cos’è il capitalismo?

Cosa intendiamo per capitalismo? Come è nato questo termine?
E in che modo una qualsiasi definizione può catturare
un concetto che sembra così informe ed è utilizzato per descrivere
un’estrema varietà di Paesi e sistemi? Dalla risposta che darete
si potranno più o meno dedurre le vostre convinzioni
in materia di politica ed economia.

Nel 1991, non molto tempo dopo la caduta del Muro di Berlino, il «Wall Street Journal», cioè il «giornale locale» di quella piccola area del centro di New York che funge da perno del sistema finanziario mondiale, dichiarò: «Siamo tutti capitalisti». A suo avviso, il capitalismo aveva vinto due battaglie. In primo luogo, quella intellettuale e teorica: al di fuori del capitalismo non esisteva alcuna alternativa filosofica, seria e coerente, su cui fondare un’economia moderna. In secondo luogo, quella politica: quasi ogni Paese nel mondo era adesso un’economia capitalista a pieno titolo o aveva un governo e una società più o meno indirizzati in quella direzione.

E, se ce lo chiedessero, la maggior parte di noi direbbe che il capitalismo è il principio distintivo dell’economia globale e, forse, dell’intera società del XXI secolo. Ma è anche vero che la maggior parte di noi, inclusi molti economisti, troverebbe piuttosto difficile dire esattamente cosa questo significhi.

Definire il capitalismo: Non c’è un aspetto specifico in grado di definire cos’è il capitalismo. Potrebbe essere la proprietà privata dei mezzi di produzione? In tanti si sono espressi in tal senso. Ma consideriamo il caso della Cina. Negli ultimi due decenni, questo Paese ha forse rappresentato il migliore esempio del dinamismo e delle trasformazioni di cui è capace il capitalismo, eppure gran parte della sua economia è ancora nelle mani dello Stato; anche all’interno del settore privato, il controllo e l’interferenza che lo Stato esercita rimangono forti.

Si potrebbe allora definire il capitalismo come un sistema in cui sono i mercati, piuttosto che l’azione dello Stato, a equilibrare la domanda e l’offerta e a ripartire le risorse, specialmente quando si tratta di industrie e settori strategici? Eppure in Gran Bretagna, che avrebbe tutto il diritto di reputarsi la culla intellettuale e pratica del capitalismo moderno, sia la sanità che l’istruzione primaria e secondaria sono gratuite e al mercato, in qualsiasi forma, è riservato un ruolo marginale.

O magari il capitalismo si distingue per la limitazione dell’intervento diretto del governo sulle risorse, dunque per il ruolo che ha lo Stato nel tassare e spendere? Se così fosse, perché la proporzione di spesa pubblica sul totale dell’attività economica è enormemente aumentata nel corso del XX secolo in quasi tutti i Paesi sviluppati? Anche se negli ultimi due decenni tale proporzione si è forse stabilizzata, certo non è diminuita e non c’è alcuna ragione per aspettarsi che ciò avvenga in futuro. Inoltre, nei Paesi in via di sviluppo, la dimensione e la portata dell’intervento governativo sono generalmente in ascesa.

‘Un termine come «capitalismo» è incredibilmente
sfuggente, se pensiamo alla grande varietà di economie
di mercato esistenti. Essenzialmente, ciò su cui
si è a lungo dibattuto […] è quale percentuale di una
società dovrebbe essere lasciata nelle mani di un sistema
di mercato deregolamentato. […] In generale, il dibattito
non è fra capitalismo e non capitalismo, ma fra quali
settori dell’economia non debbano essere decisi secondo
la logica del profitto.’
Naomi Klein, giornalista e scrittrice canadese

O forse in un sistema capitalistico le imprese possono scegliere cosa e come produrre e i consumatori possono scegliere cosa e come consumare, senza che lo Stato possa interferire? Persino negli Stati Uniti, tuttavia, spesso considerati come l’economia capitalista per eccellenza, ci sono norme per ogni cosa, dai titoli richiesti per essere un istruttore di danza alla possibilità che da un vigneto situato in uno Stato sia inviato del vino a un bevitore residente in un altro Stato. Anche quei politici e gruppi di pressione che più si oppongono ai programmi governativi e alle tasse sembrano stranamente indifferenti a questo genere di limitazioni al libero mercato.

Ma, a dispetto di tutte queste contraddizioni e delle notevoli differenze che ancora caratterizzano le diverse economie del mondo, tutti i Paesi in questione possono ragionevolmente essere identificati come «capitalisti». E altrettanto si può dire per quasi tutto il resto del mondo (con l’eccezione, forse, della Corea del Nord e di pochi altri Paesi che hanno scelto di tagliarsi fuori dall’economia globale).

Capitalismo e proprietà privata: E allora, cosa significa «capitalismo», e in che modo può una qualsiasi definizione esprimere un concetto che sembra così informe ed è utilizzato per descrivere un’estrema varietà di Paesi e sistemi? La parola stessa, «capitalismo», è piuttosto bizzarra. A dire il vero, nel XIX secolo l’economista tedesco Karl Marx – che è forse la figura più intimamente associata a tale concetto – preferiva parlare di «modo di produzione capitalistico». Secondo Marx questo era caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dal lavoro retribuito fornito da una classe lavoratrice e dal «plusvalore» che i proprietari maturano grazie all’accumularsi della produzione. Ci occuperemo in maniera molto più dettagliata di queste idee in seguito.

‘Capitalismo
è la sorprendente
convinzione che il più
malvagio degli uomini
farà la più malvagia
delle cose per il massimo
bene di tutti.’
John Maynard Keynes

Benché la proprietà privata sia un elemento fondamentale, tale definizione è di per sé inadeguata. Questo libro non vuole essere un dizionario, ma sarebbe una negligenza non tentare di elaborare un qualche tipo di definizione operativa del sistema che andremo a trattare nei prossimi capitoli. A mio avviso, pertanto, il capitalismo rappresenta un sistema nel quale la proprietà privata di molti, se non di tutti i mezzi di produzione è essenziale nel delineare il modo in cui opera l’economia (e la società nel suo complesso). I detentori della proprietà possono, collettivamente e individualmente, decidere cosa produrre in base agli stimoli economici (e talvolta sociali) che ricevono. Di conseguenza, la struttura di ciò che viene prodotto e consumato dipende in larga misura non dal governo, ma dalle decisioni, individuali e collettive, prese dagli azionisti, dai manager aziendali e dagli individui, sia come proprietari che come consumatori. È così che stanno le cose adesso in tutti i Paesi prima evocati, compresa la Cina.

Senza dubbio può suonare un pò prolisso, ma si tratta di un concetto davvero potente. Nel bene e nel male, l’interazione fra domanda e offerta, fra produzione e consumo si è dimostrata una forza estremamente efficace nel modellare lo sviluppo delle nostre società negli ultimi secoli. Governi e altre forze possono intervenire, spesso in maniera energica, per influenzare e vincolare le nostre scelte, motivazioni e decisioni, ma alla fine sono le decisioni private, tanto sul piano della domanda quanto su quello dell’offerta, che contano di più e che definiscono il capitalismo.  (Fonte: Edizioni Dedalo)

Concludo sottolineando un fatto: in un mondo globalizzato e governato dall’economia, è più che mai  urgente comprendere cosa stia accadendo, per poterlo fare occorre informarsi e una lettura esplicativa aiuta senza dubbio a raggiungere l’obiettivo.

 

Jonathan Portes: È professore di Economia e politiche pubbliche presso il King’s College di Londra. È stato un importante consigliere economico del governo britannico. Scrive per vari giornali, tra cui «Financial Times», «Guardian», «The Times» e «Telegraph», e collabora con BBC, Sky e altri canali televisivi.

 

Immagine di copertina: Edizioni Dedalo

Foto: https://www.kcl.ac.uk

 

— Annapaola Di Ienno

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