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Aids: avanzano i vaccini terapeutici

giovedì, febbraio 21, 2019
Aids: avanzano i vaccini terapeutici

Ha rappresentato e ancora rappresenta un vero e proprio incubo per molti di noi dagli anni Ottanta in poi, soprattutto per chi quegli anni li ha vissuti. Di conseguenza il sogno di vedere definitivamente sconfitto l’Aids è inseguito da molti e si risveglia fortemente ogni volta che qualcuno sembra vicino a riuscirci. In questi giorni si è acceso un vivace dibattito sui giornali italiani proprio sulla speranza che finalmente si trovi un vaccino per questa terribile patologia. Stavolta però, forse, non si tratterà del solito dibattito da talk show televisivo, in cui siamo informati sulle diverse posizioni senza che si giunga ad un punto di approdo concreto. Ad alimentare la sensazione che non sarà così sono una precisazione quanto mai doverosa e due notizie entrambe interpretabili alla luce proprio di quella precisazione.

Ma andiamo con ordine: è giovedì 14 febbraio quando alcuni giornali riportano la notizia di un vaccino “made in Italy” contro l’Aids: in particolare l’Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, riporta le parole della dott.ssa Barbara Ensoli, direttore del Centro nazionale per la ricerca su Hiv/Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, che, riferendo di uno studio dell’èquipe da lei guidata presso l’Istituto Superiore di Sanità, parla proprio di vaccino e dice: “Siamo in fase avanzata: abbiamo già condotto due fasi 2 sull’uomo, in Italia e in Sudafrica, con sottotipi diversi, ottenendo gli stessi risultati eccellenti. Quindi siamo fiduciosi perché questo vaccino è utile per i pazienti che arrivano tardi alla terapia e che altrimenti non ce la farebbero. Ma anche per i bambini che sono malati da sempre e per i quali la terapia ha un impatto sulla crescita. Ci sono, infatti, forti possibilità che il paziente vaccinato controlli il virus. Su questo aspetto faremo dei trial (prove), per i quali ci vorranno almeno sei mesi. Considerando lo stanziamento dei fondi e le varie tappe possiamo pensare che fra non meno di due o tre anni ci possa essere il vaccino. Del resto, ci stiamo lavorando dal 1995. Naturalmente siamo sempre nel campo della ricerca e quindi non ci sono certezze, ma questi dati confortanti sono i primi al mondo. Nessuno è riuscito a raggiungere un traguardo simile, che apre strade importanti”. La dott.ssa Ensoli risponde anche alla domanda che la nostra collega Giovanna Sciacchitano le pone chiedendole quando vedremo sconfitto l’Aids: “Fra alcuni anni. Quello che manca è uno sforzo comune nella ricerca. Se avessimo l’appoggio delle grandi aziende farmaceutiche, dei governi e dei capitali di fondi privati riceveremmo un grande impulso nel nostro lavoro. Occorre uno sforzo economico, ma anche sociale. A cominciare dall’informazione”. La dott.ssa passa poi a spiegare come funziona il vaccino e chiarisce che “il Tat (da cui il vaccino prende il nome) è una proteina del virus che agisce come un motore e noi induciamo nell’organismo una risposta immune che è in grado di bloccare gli effetti di questa proteina. In sostanza, blocchiamo l’Hiv al cuore: disattivando il Tat rendiamo il virus impotente ad agire. Questo risultato è rilevante perché dà la possibilità ai pazienti di interrompere la terapia per un periodo programmato, riducendo la tossicità associata ai farmaci, migliorando l’aderenza e la qualità di vita”.

La notizia accende le speranze di molti, ma provoca anche la reazione di alcuni, in particolare quella del dott. Vittorio Agnoletto, Medico, professore presso l’Università degli Studi di Milano. Questi, lo stesso giorno dell’articolo di Avvenire, uscito in realtà il 13 nell’edizione online, replica su Il Fatto Quotidiano sostenendo che non ci sarebbe alcun vaccino per l’Aids, tantomeno italiano. Secondo il dott. Agnoletto “si sono fatti dei passi avanti per l’uso di un farmaco basato sulla proteina Tat da utilizzare per ridurre ulteriormente la carica virale nelle persone già sieropositive e i ricercatori dello studio ritengono che vi sia la possibilità che in futuro si possa ottenere il controllo dell’infezione senza ricorrere, per un periodo, agli antiretrovirali, ma utilizzando solo questo farmaco. Si sta parlando di un’ipotesi da verificare attraverso futuri trial clinici. Nulla quindi a che vedere – dice il dott. Agnoletto – con un vaccino che, come tutti sanno, serve per evitare l’infezione,non per curare le persone sieropositive. In questo caso invece si parla di un ulteriore farmaco per controllare l’infezione, non di un vaccino per proteggere persone sane dall’infettarsi”.

Ma davvero quello di cui parla la dott.ssa Ensoli non è un vaccino? Su questo punto viene in nostro soccorso un articolo pubblicato sul giornale online Lettera 43 che, il 30 novembre 2018, chiarisce: “I vaccini terapeutici si distinguono da quelli profilattici in quanto i primi servono a curare persone già infette, mentre i secondi hanno una funzione preventiva. Non esiste al momento un vaccino profilattico contro l’Hiv. Il vaccino terapeutico, abbinato alla terapia antiretrovirale classica, aveva già ottenuto risultati positivi determinando il significativo aumento di risposte immunologiche potenzialmente in grado di consentire il controllo della replicazione del virus dell’Hiv”. Dunque il mistero è svelato: quello di cui parla la dott.ssa Ensoli è un vaccino terapeutico. Non siamo ancora nella fase in cui il vaccino può prevenire l’insorgenza della malattia, ma in quella nella quale il virus dell’Hiv può essere bloccato.

A questo punto del nostro racconto s’inserisce la seconda notizia, che arriva dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma: il nosocomio del Vaticano, infatti, sta lavorando ad un vaccino già sperimentato e realizzato dal Karolinska Instituet di Stoccolma, nel gruppo della professoressa Britta Wahren (Svezia), secondo le specifiche dei ricercatori del Bambino Gesù. “Lo studio – si legge in un comunicato stampa – è stato effettuato su 20 bambini con infezione verticale da HIV. I 10 di loro cui è stato somministrato il vaccino hanno sviluppato un significativo aumento della reattività al virus dell’HIV a differenza del gruppo che non lo ha ricevuto. La trasmissione materno-infantile dell’HIV è infatti un problema che riguarda soprattutto Paesi poveri o poco sviluppati e la pubblicazione su una piattaforma gratuita permetterà a chiunque di seguire la strada tracciata dallo studio del Bambino Gesù. Grazie ai risultati dello studio sarà ora possibile procedere alla fase successiva della sperimentazione che prevede la somministrazione precoce della terapia antiretrovirale, la successiva somministrazione del vaccino e, nell’adolescenza, la possibile sospensione della terapia antiretrovirale per periodi di tempo ristretti e sotto monitoraggio”. Un particolare tutt’altro che secondario sta nel fatto che la sperimentazione condotta al Bambino Gesù è stata non profit, cioè senza contributi di case farmaceutiche. Su questo punto va anche notato che le terapie con farmaci retrovirali costano in media 20.000 euro a paziente ogni anno. Inoltre questi farmaci vanno assunti da chi soffre del virus dell’Hiv per tutta la vita rispettando le dosi, cosa che spesso, in particolare durante l’adolescenza, non accade. Insomma: quelli ai quali lavorano l’Istituto Superiore di Sanità e l’Ospedale Bambino Gesù di Roma non saranno vaccini profilattici, ma pur sempre sono trattamenti che bloccano la malattia e che potrebbero, secondo i loro autori e sostenitori, aver l’effetto di evitare che essa si diffonda ancora, agendo in questo senso come dei veri e propri vaccini in grado di bloccare l’espansione della patologia. Staremo a vedere se le sperimentazioni in atto davvero centreranno l’obiettivo oppure no. Intanto però Vortici.it raccoglie l’appello che un po’ tutti gli esperti rivolgono: quello ad una corretta informazione, fondamentale per fare in modo che tutti noi possiamo attuare quella prevenzione che può davvero tenerci lontano dalla malattia. Sono sempre più numerosi gli esperti che consigliano di imparar a gestire al meglio le nostre relazioni, riducendo l’uso o addirittura cercando di annullare l’uso di profilattici, come si è fatto in Uganda, Paese nel quale si registra un continuo calo del numero di sieropositivi. Molti consigliano poi di non abusare di alcol e droghe perchè questo può portare a mettere in pratica comportamenti a rischio come lo scambio di siringhe con possibilità di imbattersi in una infetta. Non mancano coloro che consigliano anche di non sottovalutare le informazioni che la scienza ci dà riguardo al nostro sistema immunitario, cioè alla nostra capacità di proteggerci dall’Aids, senza essere troppo sicuri che “tanto a noi non potrà capitare di ammalarci”. Infine c’è l’appello condiviso praticamente da tutti: fare in modo che il sostegno economico pubblico alla ricerca aumenti, anche grazie alla pressione di tutti noi. Le storie che in quest’articolo vi abbiamo raccontato dimostrano che, quando c’è l’interesse, i risultati arrivano, soprattutto se ci credono davvero tutti.

 

— Massimiliano Spiriticchio

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