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180 anni di storia e un fascino intramontabile…

lunedì, marzo 25, 2019
180 anni di storia e un fascino intramontabile…

Ci sono cose che entrano a far parte della nostra vita, hanno una loro importanza, si evolvono tecnologicamente e… diventano irrinunciabili… Questa settimana, casualmente(ma non troppo), guidata come spesso accade, dalla mia curiosità personale, vi propongo la storia di un oggetto affascinante, capace di raccontare e raccontarsi. I motivi che mi spingono a farlo li scoprirete leggendo…

Mentre la fotografia si prepara a catturare immagini invisibili per l’occhio umano e a scattare ologrammi proiettabili anche con lo smartphone, si festeggiano i 180 anni dalla sua nascita con il dagherrotipo. Per ottenere un dagherrotipo si utilizzava una lastra di rame argentata – che veniva lucidata e resa sensibile alla luce – per poi metterla all’interno di una scatola sensibilizzata ai vapori di iodio e successivamente esposta alla luce. La lastra poi veniva sviluppata all’interno di un secondo contenitore per mezzo di vapori di mercurio, lavata e fatta asciugare.

Scrive Margherita Zobel riguardo la nascita del dagherrotipo:

[…] Presentato al pubblico per la prima volta il 7 gennaio 1839 dallo studioso Francois Arago all’Accademia francese di Scienze, fu accolto con stupore da fisici e studiosi e segnò l’inizio di una nuova era.
“Chi avrebbe creduto pochi mesi fa che la luce, essere penetrabile, intangibile, imponderabile, privo insomma di tutte le proprietà della materia, avrebbe assunto l’incarico del pittore disegnando propriamente di per sé stessa, e colla più squisita maestria quelle eteree immagini ch’ella dianzi dipingeva sfuggevoli nella camera oscura e che l’arte si sforzava invano di arrestare? Eppure questo miracolo si è compiutamente operato fra le mani del nostro Dagherre”.
Così si espresse nel 1839 il fisico italiano Macedonio Melloni nella sua “Relazione intorno al dagherrotipo”. Il procedimento si otteneva utilizzando una lastra di rame sulla quale era stato applicato elettroliticamente uno strato d’argento, sensibilizzato alla luce con vapori di iodio. Con un’esposizione della lastra di 10 – 15 minuti – massimo un’ora dopo lo scatto – e uno sviluppo con vapori di mercurio intorno ai 60°, le zone che erano state precedentemente esposte alla luce divenivano biancastre.

Si trattava tuttavia, di un’immagine non riproducibile, ma solo visibile, alla luce, in determinate angolazioni. Un’immagine positiva, ancora lontana dallo sviluppo di negativi che tutti conosciamo.
Se la tecnica fu formulata e resa nota da Daguerre nel 1834, tuttavia, è del 1827 il primo esperimento. A compierlo fu Joseph Nicéphore Niépce, collaboratore di Daguerre, che catturò l’immagine del panorama che vedeva dalla finestra della sua casa di Le Gras. Immagini di paesaggi, ritratti e scene di vita familiare: erano queste, per lo più, le scene impressionate sui primi dagherrotipi.
Ma nel 1839 Robert Cornelius fece qualcosa in più realizzando quello che, per la storia, sarebbe stato ricordato come il “primo selfie”, ovvero un autoritratto in piena regola che si scattò da solo nel retro del negozio di famiglia a Philadelphia. Cornelius rimosse il copriobiettivo e posò, seduto, per un minuto davanti alla camera[…].

                          

Ma come diceva  un grande presentatore televisivo: “e non finisce qui”… 
Occorre, infatti specificare come la fotografia analogica, che permetteva di ottenere una sorta di negativo riproducibile, nacque, invece, qualche anno dopo, nel 1841 in Inghilterra: William Henry Fox Talbot creò il metodo chiamato calotipia e basato sull’utilizzo di un negativo di carta.

 

Circa cinquant’anni dopo, nel 1888 nacquero la Kodak N.1 e la pellicola avvolgibile, che fecero diventare la fotografia, un hobby possibile per chiunque. L’era dei rullini avvolgibili(vedi foto) è durata circa un secolo ed è finita con l’arrivo delle foto digitali scattate da macchine fotografiche che utilizzano, al posto della pellicola fotosensibile, un sensore in grado di catturare l’immagine e oggi installato in tutti gli smartphone.

Lo strumento migliore rimane indubbiamente il fotografo: tecnologia a parte, a fare la foto è sempre l’occhio e la sensibilità di chi scatta. Non basterà uno smartphone di ultima generazione o una recente fotocamera dalle qualità eccellenti, a farci diventare grandi “catturatori d’immagine”.

Spero possiate concordare anche, con questa riflessione tutt’altro che scontata: ciò che crea l’immagine sono sempre per primi l’occhio e la mente del fotografo. È la nostra storia, il nostro occhio, la nostra personalità e soprattutto la nostra voglia di raccontare e trasmettere emozioni a farci onorare i 180 anni di storia di quest’arte meravigliosa, creando l’immagine per noi perfetta.

A pensarci bene, mentre vi scrivo, mi sorge spontanea una domanda: se non ci fosse la fotografia, come potremmo tangibilmente testimoniare l’esistenza di noi e di ogni cosa intorno a noi?  Provate a osservare una foto con attenzione e scoprirete il linguaggio di un’anima e tanto altro…  

Visto l’argomento trattato, non mi resta che invitarvi alla visione di un  video delizioso, presente nella sezione: Lifestyle, sul nostro canale Vortici WebTv.

Immagine di copertina: Pixabay

Fonte video: http://www.webtv.vortici.it/

Altre foto: Pixabay

— Annapaola Di Ienno

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